Pizzo dei Santapaola, lista era camuffata da numeri del Superenalotto

Catania. Azzerato il gruppo di Lineri, 21 arresti: I NOMI - VIDEO 1-2-3

CATANIA – La polizia di Catania ha eseguito un’operazione antimafia denominata “Sabbie mobili”, coordinata dalla Procura Distrettuale etnea, contro il clan Santapaola-Ercolano. Centinaia di uomini sono stati impegnati nell’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 21 di esponenti di Cosa nostra del clan di Lineri, specializzato nelle richieste di pizzo a imprenditori e commercianti del capoluogo etneo.

Imponevano il pizzo a Catania

Imponevano il pizzo a Catania

Le indagini hanno preso le mosse dalla richiesta estorsiva avanzata nei confronti di un noto ristoratore catanese al quale erano stati prospettati, nel mese di agosto 2019, attentati incendiari se non si fosse sottomesso al pagamento del pizzo. Allo stesso imprenditore erano state anche recapitate due cartucce calibro 7.65 da parte di due affiliati al sodalizio mafioso, con l’avvertimento che se non avesse accettato le loro richieste sarebbe stato oggetto di attentato. La Squadra Mobile etnea ha identificato gli autori di entrambi i tentativi di estorsione, Nunzio Mammino e Alessandro Di Stefano, e hanno ricollegato l’attività dei due a una articolazione territoriale del clan Santapaola-Ercolano, denominata squadra di Lineri, radicata nell’area nord del capoluogo etneo, i cui capi storici sono Giuseppe Pulvirenti, detto “u Malpassotu”, uomo d’onore di Cosa nostra catanese, e il genero di quest’ultimo, Giuseppe Grazioso, detto “Pippo”.

Pizzo a domicilio

Pizzo a domicilio

La prosecuzione delle indagini ha permesso di ricostruire l’organigramma della consorteria mafiosa, il cui vertice sarebbe stato individuato in Girolamo Rannesi, coadiuvato dai fratelli Salvatore e Giuseppe, e dal fedele affiliato Alfio Currao, che sarebbe legato alla famiglia Rannesi da ininterrotta comune militanza e da consolidati rapporti personali di amicizia. Si è potuto appurare come l’importanza della famiglia Rannesi sarebbe rafforzata dal vincolo di sangue che Girolamo Rannesi aveva con Giuseppe Grazioni, di cui era il genero, tanto che sarebbe considerato un uomo d’onore di Cosa nostra catanese e uno dei soggetti di riferimento per il sodalizio mafioso in tutta la provincia.

Il blitz "Sabbie mobili"

Il blitz "Sabbie mobili"

Identificati anche i gregari dell’organizzazione, ai quali i vertici avevano assegnato compiti esecutivi (come la riscossione delle estorsioni e la commissione di rapine e di altre attività illecite), che sarebbero stati sotto il comando di Giuseppe Donato, braccio destro di Girolamo Rannesi, la cui officina di carrozzeria avrebbe rappresentato il quartier generale del sodalizio. Il sistema estorsivo è risultato essere il principale business illecito dell’organizzazione nei confronti di imprenditori e commercianti che, ben conoscendo la storia criminale di alcuni degli appartenenti al sodalizio scoperto, si sono sottomessi al pagamento del pizzo alla squadra di Lineri.

Nel corso delle indagini sono stati eseguiti numerosi arresti in flagranza di alcuni affiliati chiamati a riscuotere mensilmente le rate estorsive. In occasione di uno di questi arresti, è stata trovata la cosiddetta ‘carta delle estorsioni’, contenente l’elenco delle attività commerciali taglieggiate, mascherate attraverso l’indicazione di numeri da giocare all’Enalotto per depistare eventuali indagini. Sono state individuate numerose attività imprenditoriali, circa una ventina, che da anni hanno versato all’organizzazione mafiosa ingenti somme di denaro con cadenza mensile o semestrale. Si è stimato, approssimativamente, che l’organizzazione incassasse da ogni singolo imprenditore, mediamente, 250 euro mensili con un profitto annuale di circa 70.000 euro.

Le denunce delle vittime hanno rappresentato una delle principali fonti a supporto dell’intero impianto accusatorio. Ma, in altri casi, nonostante l’evidenza della prova, subendo il timore di possibili ritorsioni, i commercianti hanno preferito tacere o dire il falso. Inoltre, nel corso dell’indagine si è accertato che parte dei proventi erano destinati alle spese per la difesa legale degli arrestati e per il sostentamento economico delle loro famiglie di cui i capi del clan si erano fatti carico. Il provvedimento restrittivo ha colpito anche i beni patrimoniali dell’organizzazione, disponendo il sequestro di un’attività commerciale, fittiziamente intestata a soggetti di comodo, ma che di fatto sarebbe riconducibile alla famiglia Rannesi, oltre ad auto dei soggetti organici al clan e utilizzate per compiere le varie attività criminose.

GLI ARRESTATI. In carcere sono finiti: CURRAO Alfio (classe 1967), CURRAO Fabrizio (classe 1992), DI STEFANO Alessandro (classe 2000), DI STEFANO Antonio (classe 1978), DONATO Giuseppe (classe 1974), DONATO Natale Alessandro (classe 2002), GERACI Domenico (classe 1965), GERACI Salvatore Gianluca (classe 1989), GUGLIELMINO Salvatore (classe 1965), GUIDOTTO Vincenzo (classe 1980), LITRICO Carmelo (classe 1973), MAMMINO Nunzio (classe 1977), PINNAVARIA Lorenzo (classe 1991), PINNAVARIA Salvatore (classe 1996), RANNESI Alfio (classe 1995), RANNESI Carmelo (classe 1964), RANNESI Girolamo (classe 1962), RANNESI Giuseppe (classe 1969), RANNESI Salvatore (classe 1967), TOSCANO Francesco (classe 1965), VITTORIO Pietro (classe 1978).

Sugli arresti ha preso posizione il direttore centrale anticrimine della polizia, Francesco Messina. “E’ inconcepibile che ancora oggi, nonostante l’efficacia e l’incisività dell’azione di contrasto espletata dallo Stato, esistano parti offese che si ostinano a non denunciare, addirittura dichiarando il falso. La lotta alla criminalità organizzata non può essere delegata esclusivamente alle forze dell’ordine e alla magistratura. La sicurezza è di tutti e l’unica protezione è quella fornita dallo Stato; Cosa Nostra non fornisce protezione, commette delitti e inquina le libertà economiche. Non denunciare di essere vittima di estorsione – precisa Messina – è un comportamento che potrebbe essere talvolta ai limiti della rilevanza penale. Colpisce, in questa indagine, che su 32 estorti, solo 16 abbiano ritenuto di contribuire con le loro denunce all’accertamento della verità da parte nostra”.

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