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26 Ott 2021

11 settembre, l’America si ferma

Mondo11 settembre, l'America si ferma

NEW YORK – L’America si ferma per ricordare i 20 anni dal giorno più nero della sua storia, l’11 settembre. Joe Biden vola a New York insieme alla First Lady Jill per partecipare alla commemorazione, la prima senza guerre. E si trova in una Grande Mela blindata fra imponenti misure di sicurezza: anche a 20 anni dalla strage delle Torri Gemelle, l’allarme terrorismo resta infatti alto.

Il timore è che la tragica data continui a ispirare gruppi terroristici di varia matrice o lupi solitari, anche alla luce del ritiro dall’Afghanistan. Sui social l’addio degli americani a Kabul è stato celebrato da più parti agitando gli 007 e l’antiterrorismo, già in tensione per la manifestazione della prossima settimana a Washington a sostegno di coloro che sono stati arrestati per l’attacco a Capitol Hill.

Centinaia di persone sono infatti attese nella capitale americana il 17 e 18 settembre e la paura è che le scene del 6 gennaio possano ripetersi. Da qui l’invito della polizia a recintare nuovamente il Congresso, rafforzandone così le difese e facilitando il lavoro degli agenti sul campo.

E mentre Washington attende con il fiato sospeso, in una New York che cerca la normalità dopo il Covid, i controlli stringenti sono già scattati, soprattutto nell’area delle celebrazioni, dove oltre a Biden è atteso anche l’ex presidente Barack Obama, colui il quale annunciò al mondo nel 2011 la morte di Osama Bin Laden, mente e architetto degli attacchi dell’11 settembre.

Per Obama si trattò di un successo che però non venne accompagnato dal rispetto di una delle sue maggiori promesse elettorali: la chiusura di Guantanamo. A 20 anni dal giorno che cambiò il mondo per sempre comunque le guerre aperte da George W. Bush in risposta agli attacchi sono ormai tutte chiuse: come eredità resta solo il supercarcere sull’isola di Cuba. Bush non sarà a New York per le celebrazioni: con la moglie Laura è a Shanksville, in Pennsylvania, dove si schiantò il volo 93 diretto a Washington.

L’area di Ground Zero, rinata lentamente dopo l’attacco all’America, si presenta ora come un bunker, circondata dalla polizia e dal Secret Service per la funzione in ricordo delle quasi 3.000 vittime delle Torri. Presidiate anche le metropolitane, dove la presenza della polizia è stata rafforzata. A preoccupare sono possibili azioni di lupi solitari o estremisti, soprattutto interni più che islamici.

Mentre infatti la lotta al terrorismo jihadista è in corso da anni e vi sono stati destinati miliardi di dollari, il fenomeno dei terroristi interni è stato a lungo sottovalutato per tornare alla ribalta solo di recente. Riguarda soprattutto appartenenti all’estrema destra, responsabili fra il 2009 e il 2018 di una lunga scia di sangue negli Stati Uniti.

La disparità di attenzione sui presunti terroristi islamici rispetto ai suprematisti bianchi si è infatti accentuata con lo shock dell’11 settembre e i dati non lasciano spazio a dubbi: solo fra il 2005 e il 2009 meno di 330 agenti dell’Fbi sono stati destinati a indagini sul terrorismo interno su un totale di 2.000 dedicati all’antiterrorismo in generale. Negli ultimi anni il trend è un po’ migliorato ma la minaccia interna – secondo molti analisti – resta in larga parte sottovalutata.

Certo è che i quattro anni di Donald Trump sembrano aver rafforzato l’eversione suprematista di estrema destra che ora – soprattutto dopo il 6 gennaio – fa paura. Sebbene newyorkese di nascita, lo stesso Trump non sarà a New York bensì in Florida a commentare un incontro di boxe. Ruolo defilato anche per Rudolph Giuliani, sindaco amato e rispettato della Grande Mela durante gli attentati ma poi caduto in disgrazia nell’opinione pubblica per il suo controverso ruolo nell’era del tycoon alla Casa Bianca.

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