Lo specchio di una città che si sente “Numero Uno”

La processione della patrona di Catania interrotta da un gruppetto di ragazzini che prega Sant’Agata e idolatra Gomorra

Lo specchio di una città che si sente “Numero Uno”

A 24 ore di distanza è stato detto di tutto. Risuona ancora forte quel rimprovero scandito dal parroco della cattedrale Barbaro Scionti: “Delinquenti, siete soli e isolati”.

Ieri è stata scritta una pagina nuova nella storia della festa di Sant’Agata a Catania. Un evento che è sempre lo stesso, da anni. Eppure si rinnova, perché la storia la fanno gli uomini. Nel bene e nel male.

Il tempo aiuta a comprendere, ma è inevitabile fare un passo indietro alla processione del 4 febbraio per interpretare l’epilogo del 6 mattina. La pioggia, le difficoltà di un percorso esterno lungo ed estenuante, la pesantezza dell’acqua sui sacchi bianchi bagnati non è stata facile da reggere per qualcuno.

Il fiume dei devoti è trasversale, in mezzo c’è di tutto, è lo specchio della città: dai professionisti ai disoccupati, dalla periferia ai palazzi nobiliari del centro storico. Ci sono anziani e famiglie, ma anche tanti di questi giovani cresciuti a pane e smarthphone di ultima generazione comprati chissà come, che pregano Sant’Agata, idolatrano i protagonisti di Gomorra o Suburra, ma si terrorizzano davanti all’acqua che potrebbe mettere in serio pericolo la tenuta delle loro scarpe finto-Gucci.

Il meteo del 5 ha concesso una tregua, per tanti di coloro che avevano disertato la “festa” causa pioggia è stata un’opportunità per vedere meglio e più a lungo Sant’Agata, per i bulletti del sabato sera che invadono la pace della via Etnea, invece, un’occasione per stare più a lungo a bighellonare in giro per Catania. Fino all’alba, anzi fino a mezzogiorno.

Sono questi “gli indisciplinati” (così li definisce il comitato) che hanno affollato il cordone causando il cambio di programma della processione di Catania.

E tra questi ci sono anche i “delinquenti” a cui ha fatto riferimento Barbaro Scionti “come fa un padre col figlio che sbaglia”. Un nugolo di ragazzini (e non solo) col sacco che ha provato a fermare il fercolo inginocchiandosi sulla via Etnea, infischiandosene prima dei richiami e poi delle decisioni di chi è stato investito degli oneri e degli onori delle scelte, perché, come si dice a Catania, “si sentono numeri uno”.

Zitti, noi dobbiamo pregare”. Come dire: “In questa città non ci dovrebbe essere più posto per chi si comporta come voi” dice il parroco impugnando il microfono nella piazza Duomo stracolma.

Eppure questi “delinquenti/indisciplinati” sono l’emblema e lo specchio di una parte di Catania, che nel proprio intimo si sente “numero uno”, dove la spocchia viene sempre prima delle buone maniere e del rispetto dell’altro. Sono soprattutto gli interlocutori della politica dalla quale, mai come oggi, bisogna pretendere pulizia e rispetto per il cordone che la lega alla città.

Twitter: @LucaCiliberti
Luca Ciliberti


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