“Non fateci tornare in Libia”

La nave Sea Watch è da due giorni al largo di Tripoli con 47 persone a bordo terrorizzate. L’ong: “Il meteo sta peggiorando e le autorità libiche non ci rispondono”

“Non fateci tornare in Libia”

ROMA – La notizia del ritorno in Libia del barcone soccorso ieri al largo di Misurata arriva anche sulla Sea Watch, dove da oltre due giorni 47 persone sono in attesa di indicazioni da parte delle autorità su quale porto raggiungere.

“Sono terrorizzati – dicono dall’Ong – non vogliono tornare in Libia”. A spaventare, ora, non è solo la possibilità di fare ritorno in Africa, ma anche il mare che continua ad ingrossarsi ora dopo ora. “Le condizioni meteo stanno peggiorando – dicono dalla Sea Watch -, i ragazzi stanno bene ma ora ci preoccupa il meteo”.

L’imbarcazione resta, pertanto per altre 24 ore al largo di Tripoli, da sola e senza aiuti. Da giorni l’equipaggio tenta di mettersi in contatto con le autorità, senza però ottenere alcuna replica. “Siamo stati rimandati ai libici che però non rispondono – dicono dalla nave che ha tratto in salvo i migranti -, non c’è modo di parlare con loro”. E a bordo è rimbalzata anche la notizia della Lady Sham, il cargo che ieri ha riportato a Misurata i 100 migranti in difficoltà.

“E’ un altro caso Nivin”, spiegano facendo riferimento ai 79 rifugiati che lo scorso novembre si rifiutarono di scendere proprio nello stesso porto libico dover erano stati ricondotti. “Stanno riportando quelle persone all’inferno”, dicono attivisti e volontari dell’ong. Un inferno fatto di violenze e abusi che ricordano anche i 47 ragazzi a bordo della Sea Watch, avvolti nelle coperte mentre provano a ripararsi dal freddo. “Non riportateci in Libia”, il loro disperato appello mentre il mare comincia a far paura.

L’imbarcazione resta ferma e l’equipaggio continua a cercare un contatto per sapere quale sia l’autorità che ha in carico l’operazione. Intanto Open Arms, l’Ong ferma a Barcellona in attesa del via libera per poter riprendere il mare, continua la drammatica conta dei morti nel Mediterraneo. “200 persone sono annegate nei primi 21 giorni del 2019. E’ ufficiale – scrive -. La storia ce lo ricorderà e ci indicherà da che parte stavano vittime e carnefici”.


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