Patto col boss, arrestato candidato Fi a Palermo

Intercettazioni incastrano Pietro Polizzi, in carcere pure il capomafia

PALERMO – La Polizia ha arrestato per scambio elettorale politico-mafioso uno dei candidati di Forza Italia al Consiglio comunale di Palermo per le elezioni che si terranno domenica prossima. Si tratta di Pietro Polizzi, ex consigliere provinciale nel 2012 nella lista dell’Udc e nel 2017 candidato al consiglio comunale nella lista Uniti per Palermo che sosteneva il sindaco Orlando. Secondo la Procura, per essere eletto avrebbe stretto un patto con i boss dell’Uditore, i costruttori Sansone, storici alleati del capomafia Totò Riina che ospitarono il padrino di Corleone in una delle loro ville nell’ultimo periodo della latitanza. Arrestati anche Agostino Sansone, fratello di Gaetano, proprietario della villa di via Bernini in cui Riina passò gli ultimi mesi prima dell’arresto nel 1993 e un suo collaboratore, Manlio Porretto.

LE INTERCETTAZIONI. Contro l’aspirante consigliere comunale ci sarebbero alcune intercettazioni ambientali di “rara capacità” dimostrativa per la chiarezza del linguaggio degli indagati e perché contiene in sé tutti gli elementi del reato di scambio elettorale politico-mafioso, che hanno indotto la Procura a chiedere la misura della custodia cautelare in carcere. Conversazioni dalle quali emergerebbe con chiarezza il “patto elettorale” stretto tra l’esponente di Fi e Sansone. La conversazione intercettata, grazie a un trojan piazzato nel cellulare, è tra il costruttore mafioso Agostino Sansone e Pietro Polizzi. Sansone il 10 maggio va nel comitato elettorale di Polizzi. “Se sono potente io, siete potenti anche voi”, dice sussurrando, due volte, Polizzi a Sansone. “Si tratta di una asserzione che non merita commento – scrive il gip nella misura – in quanto Polizzi intendeva formulare espressamente una proposta la cui gravità è indubbia”. “Ce la facciamo”, prosegue Polizzi fiducioso nel risultato elettorale “anche in ragione – prosegue il giudice – dell’aiuto ottenuto dal vicedirettore dell’Azienda sicilia trasporti D’Alì la cui moglie è candidata in tandem con Polizzi. La donna è definita dall’indagato come la candidata del presidente dell’Ars Gianfranco Miccichè”. “Hai risolto il problema della tua vita!”, spiega Polizzi a Sansone, non sapendo di essere intercettato e spiegando quale doveva essere la loro comune strategia: “Noialtri ci dobbiamo addattare duoco”. “Aiutami che tu lo sai che ti voglio bene! e tu lo sai che io quello che posso fare lo faccio!”, continua il candidato ricevendo poi rassicurazioni da Sansone.

“Davvero emblematica la frase pronunciata in dialetto da Polizzi ‘addattare duoco’ – scrive il gip – il cui significato letterale indica l’atto della suzione del neonato dal seno materno, ma che, nel contesto del dialogo intercettato, rappresentava la prospettiva di reciproca prosperità (dunque anche per il sodalizio mafioso) che l’accordo, in ragione delle alleanze politiche appena stabilite, gli avrebbe garantito”. Nel corso della conversazione Polizzi si spinge oltre nel garantire appoggio a Sansone. “E lo so! e lo dobbiamo fare! cantiere, lo facciamo!”. Una frase in cui si fa cenno a un cantiere e quindi all’attività nel settore dell’edilizia nelle quali sono storicamente impegnati i Sansone. Infine il candidato ricorda l’aiuto dato in passato alla nuora del fratello di Sansone. “Michela – dice – le ho detto ‘ti aiuto, non ti preoccupare’, viene sempre”.

“Però siamo stati iunco… ci siamo calati alla china!… (siamo stati giunco, ci siamo calati alla piena ndr)”: usa una espressione dialettale che descrive la capacità di resilienza della famiglia mafiosa dell’Uditore Manlio Porretto, collaboratore di Agostino Sansone. Parlando proprio con Sansone, non sapendo di essere intercettato, dopo aver siglato con l’aspirante consigliere l’accordo elettorale, Porretto ricorda al suo interlocutore come “nonostante le numerose e continue condanne, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e i sequestri la famiglia mafiosa era riuscita a resistere e – scrive il gip – richiama l’immagine della flessibilità del ‘junco’, descrivendo una ben precisa filosofia mafiosa: riemergere dalla necessaria e alle volte ineluttabile strategia di sommersione, per poi rialzare nuovamente il capo, al momento opportuno, e ritornare più forti di prima, riallacciando i rapporti con la politica, ripristinando le vecchie e attivando nuove alleanze con gli appartenenti alle istituzioni”. “Perché noi bene abbiamo fatto! – proseguono i due -. Non è che c’è qualcuno che può parlare male di noialtri!”, parole che dimostrerebbero il “prestigio e la considerazione dei quali potevano disporre nell’attività di procacciamento di voti per Polizzi”.

L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Guido, è stata chiusa a tempo di record. Risalirebbe infatti al 10 maggio scorso l’incontro tra l’aspirante consigliere e Sansone durante il quale i due avrebbero stretto l’accordo in vista del voto di domenica. Il capomafia era intercettato e gli inquirenti hanno potuto ascoltare in diretta la promessa di appoggio alle prossime comunali in cambio dell’assicurazione del sostegno da parte del politico. In meno di due settimane i pm hanno chiesto la misura cautelare. Il gip ha emesso il provvedimento in circa 4 giorni.

LE PERQUISIZIONI. Gli investigatori hanno perquisito l’abitazione e gli uffici del costruttore Agostino Sansone. La perquisizione ha riguardato alcuni immobili che si trovano nel complesso residenziale di via Bernini, lo stesso in cui i Sansone, storici alleati dei boss corleonesi, ospitarono Totò Riina. Il covo dal quale, il 15 gennaio del 1993, il padrino uscì prima di finire in manette è stato al centro di misteri e di un lungo processo agli ex carabinieri del Ros che catturarono Riina. I militari, imputati di favoreggiamento, furono però poi assolti. La sorveglianza della villa da parte del Ros, inspiegabilmente, dopo pochi giorni dall’arresto di Riina venne interrotta e l’edificio fu ripulito dagli uomini di Cosa nostra che, come raccontano i pentiti, avrebbero perfino imbiancato le pareti facendo sparire ogni traccia della presenza del boss e della sua famiglia. Agostino Sansone è fratello di Gaetano e Giuseppe. Noti costruttori con la passione per la politica, erano gli imprenditori di riferimento di Riina nel campo dell’edilizia. Proprietari di un patrimonio enorme, solo in parte confiscato, negli anni sono stati arrestati per mafia. Agostino ha scontato una condanna per associazione mafiosa.

PM: “VOTO PERICOLOSO MERCE DI SCAMBIO”. “Quanto accertato in indagini impone un ineluttabile e urgente intervento di natura cautelare – scrive la Procura di Palermo nella richiesta di arresto -, atto a scongiurare il pericolo che il diritto-dovere del voto, per le imminenti elezioni amministrative del 12 giugno, sia trasfigurato in merce di scambio assoggettata al condizionamento e all’intimidazione del potere mafioso. Ne deriverebbe difatti la conseguente grave violazione del principio e del metodo democratico del quale il libero e incondizionato esercizio del voto costituisce il caposaldo”. 

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