Il giudice ragazzino è beato

AGRIGENTO –  “Accogliendo il desiderio del cardinale Montenegro, concediamo che il venerabile servo di dio Angelo Rosario Livatino d’ora in poi sia chiamato beato e che, ogni anno, si possa celebrare la sua festa il 29 ottobre”. E’ con queste parole che il giudice Livatino è stato proclamato beato nel corso di una cerimonia solenne celebrata nella cattedrale di Agrigento. In contemporanea il reliquario dove è contenuta la camicia indossata dal beato il giorno in cui venne ucciso dalla mafia è stato collocato in una teca della cattedrale. Si tratta di un reliquiario realizzato in argento martellato e cesellato.

A presiedere la cerimonia solenne è stato il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della congregazione delle cause dei Santi. “Nonostante le difficoltà legate alla pandemia – ha detto il cardinale di Agrigento Francesco Montenegro – consideriamo questo giorno come un regalo prezioso della divina provvidenza che rende ancora più bello il volto della chiesa agrigentina. Sono passati quasi trent’anni dallo storico grido di San Giovanni Paolo II nella valle dei Templi, quando, dopo aver incontrato i genitori del giudice Livatino e a conclusione della solenne celebrazione eucaristica, invitò in modo accorato i mafiosi a convertirsi”.

“Da allora la nostra chiesa ha sentito il bisogno di conoscere meglio la figura del giovane giudice. Le testimonianze raccolte e la ricostruzione della vita del beato Livatino ci hanno spinto ad aprire la fase diocesana del processo di beatificazione – ha spiegato – . Alla sua conclusione, la documentazione è stata consegnata alla Congregazione dei Santi per i passaggi previsti e ha avuto la conferma nella scelta di Papa Francesco di dichiararlo martire. Si tratta del primo giudice che viene riconosciuto martire a motivo della fede professata e testimoniata fino all’effusione del sangue”.

“Quanto abbiamo vissuto ci responsabilizza a testimoniare con coraggio il Vangelo con una vita di fede semplice e credibile come quella del giudice Livatino. Speriamo che questa nostra terra di Sicilia, che purtroppo ancora soffre a motivo della mentalità mafiosa, faccia tesoro di questa lezione – ha proseguito -. Il pensiero e la preghiera, in questo momento, non possono non andare ai tanti magistrati, uomini delle forze dell’ordine, politici e a quanti altri sono state vittime della violenza dei malavitosi”.

GIOVANNI PAOLO II E L’ANATEMA CONTRO LA MAFIA. La data del 9 maggio richiama una svolta epocale nella storia recente siciliana. Fu in quel giorno del 1993 che Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento lanciò il suo monito contro la mafia. Con quell’intervento accorato, a braccio, il Papa polacco riformulò il discorso ecclesiale su Cosa Nostra rompendo antichi silenzi ed evocando nella coscienza collettiva l’inconciliabilità totale fra Chiesa e mafia.

Oggi, come allora, il messaggio è chiaro. Lo ha detto Papa Francesco: con la sua testimonianza, Rosario Livatino “ha svelato delle mafie la negazione del Vangelo, a dispetto dell’ostentazione di santini, di statue sacre costrette a inchini irriguardosi, di religiosità sbandierata quanto negata”.

Certamente, nella valutazione della santità di vita del giudice siciliano ha giocato un ruolo non indifferente la linea indicata da San Giovanni Paolo II durante la sua visita ad Agrigento. Wojtyla in quel maggio del 1993 fu scosso dall’incontro con gli anziani genitori di Livatino. E si dice che dopo quel drammatico colloquio fatto più di sguardi che di parole, Giovanni Paolo II abbia mormorato ai più stretti collaboratori: “Ecco cos’è la mafia. Un conto è studiarla, un conto è vedere cosa ha provocato”.

CANICATTI’ INCOLLATA ALLA TV. Canicattì, la città di Rosario Livatino, il primo magistrato martire elevato agli onori degli altari, si è svegliata insolitamente presto nonostante la giornata domenicale per seguire la diretta Rai della cerimonia di Beatificazione. Poco più di duecento gli ammessi in cattedrale.

La “chiesa universale” di Rosario Livatino fatta da fedeli e concittadini è rimasta quindi fuori dal luogo di culto e distante dall’area della cattedrale di Agrigento, off limits già da giovedì scorso. “Questa non è la festa – dice Giuseppe Palilla, presidente dell’Associazione intitolata al Magistrato e suo compagno – che meritava ed avrebbe gradito Rosario. Anche chi ha supportato con me e le Associazioni e Postulazione diocesana di questa causa è stato tenuto lontano da questa festa. Ci scusiamo per colpe non nostre e cercheremo di rimediare”.

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