Colpo alla rete di Messina Denaro: i boss pilotavano assunzioni e compravendita voti

Tra i 20 indagati anche il sindaco di Calatafimi, accusato di corruzione elettorale VIDEO

TRAPANI – Blitz della Polizia nel trapanese nei confronti di una serie di presunti mafiosi, molti dei quali vicini al numero uno di Cosa nostra, il boss Matteo Messina Denaro.
Sono 13 i provvedimenti di fermo emessi dai magistrati della Dda di Palermo che centinaia di agenti delle squadre mobili di Palermo e Trapani, supportati da quelli del Servizio centrale operativo, eseguiti in queste ore.
Venti gli indagati tra i quali anche Antonino Accardo, il sindaco di Calatafimi Segesta. Ad Accardo è stato notificato un avviso di garanzia con l’accusa di corruzione elettorale.

Dalle intercettazioni è emerso che avrebbe pagato 50 euro a voto per le elezioni dell’anno scorso a sindaco del Comune trapanese. Insegnante in pensione, 73 anni, Accardo ha alle spalle alcune esperienze da assessore e consigliere comunale a Calatafimi.
Le accuse ipotizzate nei confronti degli altri indagati sono, a vario titolo, associazione mafiosa, estorsione, incendio, furto, favoreggiamento personale aggravati dal metodo mafioso. E’ stata eseguita anche una serie di perquisizioni nelle campagne del Trapanese per la ricerca di armi.
Nell’indagine, condotta dallo Sco della Polizia, c’è anche Salvatore Barone, ex presidente del consiglio di amministrazione ed ex direttore dell’azienda per i trasporti Atm di Trapani. Barone, che è stato fermato con l’accusa di associazione mafiosa, è anche presidente della cantina sociale Kaggera di Calatafimi e secondo gli inquirenti era al servizio del capo della famiglia mafiosa locale, Nicolò Pidone, considerato personaggio chiave.
Pidone, direttamente o attraverso il proprio uomo di fiducia, Gaetano Placenza, allevatore messo ai vertici della società, decideva chi assumere scegliendo il personale in modo da aiutare le famiglie dei detenuti mafiosi e disponeva che ad esponenti di Cosa Nostra venissero dati soldi.
Tra le assunzioni più importanti, volte a favorire i clan, figura quelle di Veronica Musso, figlia del boss Calogero Musso, ergastolano, ex capo della “famiglia” di Vita. Barone, inoltre, avrebbe procurato voti al sindaco di Calatafimi Segesta (Trapani), Antonino Accardo.
Pidone organizzava summit di mafia in una dependance fatiscente vicina alla sua masseria; lì venivano assunte le principali decisioni che riguardavano il clan, secondo gli investigatori. Tra gli indagati anche altri condannati per mafia come Rosario Leo, pregiudicato che vive a Marsala, e cugino di Stefano Leo, molto vicino al boss di Mazara del Vallo Vito Gondola, poi morto, e a Sergio Giglio, coinvolto nell’inchiesta sui favoreggiatori del capomafia Matteo Messina Denaro.
Nelle indagini sono finiti però anche insospettabili che, a vario titolo, hanno favorito le comunicazioni tra il capo della famiglia calatafimese, specie nel periodo in cui era sottoposto alla sorveglianza speciale, e altri mafiosi, tra cui lo stesso Rosario Leo, anche’egli sorvegliato speciale. Tra coloro che favorivano gli incontri e le comunicazioni c’era il 46enne imprenditore agricolo vitese Domenico Simone, hanno ricostruito le indagini.
Fermati anche l’imprenditore Leonardo Urso, di origini marsalesi, enologo, accusato di favoreggiamento, e l’imprenditore agricolo Andrea Ingraldo, di origini agrigentine, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, per aver assunto fittiziamente Pidone per far figurare l’esistenza di una regolare posizione lavorativa e attenuare la misura di sicurezza.
L’indagine è coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Paolo Guido e dai pm Francesca Dessì e Piero Padova.

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