“Lottiamo da ventuno anni per la verità”

I genitori di Emanuele Scieri incrociano in aula i tre ex caporali accusati della morte del figlio: “Viviamo adesso quello che dovevamo vivere nel 1999 o nel 2000”

“Lottiamo da ventuno anni per la verità”

SIRACUSA – Arriverà dopo l’estate la decisione del gup del Tribunale militare di Roma sui tre ex caporali accusati di concorso in violenza ad inferiore mediante omicidio pluriaggravato per la morte di Emanuele Scieri, il parà della Folgore trovato senza vita il 3 agosto del 1999 nella caserma Gamerra di Pisa.

Nel corso dell’udienza svolta oggi il giudice, accogliendo una richiesta dei familiari di Scieri, ha citato come responsabile civile il ministero della Difesa. Nel procedimento il dicastero comparirà anche come parte civile così come Isabella Guarino, madre del giovane ucciso, e il fratello di quest’ultimo, Francesco. L’udienza è stata aggiornata al prossimo 18 settembre.

Davanti al giudice militare compaiono come imputati Andrea Antico, 41 anni, attualmente in servizio nel 7/o Reggimento Aves (Aviazione dell’Esercito) di Rimini e unico dei tre a vestire ancora la divisa, Alessandro Panella, 41 anni, e Luigi Zabara, 43 anni.

“La decisione di riconoscere il ministero della Difesa come responsabile civile ci soddisfa. In questi 21 anni abbiamo sempre lottato per arrivare alla verità sull’efferato delitto di mio figlio – ha commentato la signora Guarino -. Per noi la vicenda di Emanuele è stata come un chiodo fisso perché non ritenevamo giusto che tutto venisse insabbiato: faticosamente stiamo arrivando alla verità”.

I tre ex caporali, che oggi erano presenti in aula, risultano indagati anche nell’indagine della Procura ordinaria di Pisa che il 15 giugno scorso ha proceduto alla notifica dell’atto di chiusura dell’indagini.

Nei loro confronti i pm toscani contestano il reato di omicidio volontario, mentre per due ex ufficiali della Folgore, il generale Enrico Celentano e l’allora aiutante maggiore della Gamerra, Salvatore Ramondia, l’accusa è di favoreggiamento.

“Viviamo adesso quello che dovevamo vivere nel 1999 o nel 2000. Con un sentimento differente non c’è dolore acuto ma resta la ferita aperta”, ha commentato Francesco Scieri al termine dell’udienza.


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