I siciliani rimasti al Nord: “Vorremmo essere a casa, ma non è l’ora della paura”

Le storie di chi non è tornato: “Qui ci sono più rischi, ma non potevamo mettere in pericolo i parenti nell’Isola”

I siciliani rimasti al Nord: “Vorremmo essere a casa, ma non è l’ora della paura”

PALERMO – Moltissimi siciliani dell’ex zona rossa, emigrati in Lombardia per lavoro e studio hanno deciso di non tornare a casa, ma di resistere dove il contagio è maggiore e il rischio più forte.

Una scelta non facile, sicuramente ponderata ma lontana da quella adottata nella notte tra sabato e domenica quando in molti hanno preso d’assalto i treni dalla stazione Centrale di Milano o Garibaldi per fare rientro al Sud.

E’ il caso di una maestra d’asilo, arrivata da qualche mese da Vittoria a Milano. “Ho deciso di rimanere – dice Giovannella – perché è giusto così. Per proteggere la mia famiglia, innanzitutto. Milano è una delle città con il maggior numero di contagi lo so, ma anche se avessi deciso di rientrare in Sicilia la mia situazione psicologica non sarebbe migliorata. E poi venendo da una zona rossa sarei comunque venuta a contatto con i miei genitori, i miei fratelli, i miei nipoti e ho voluto salvaguardarli. In questa fase la prevenzione e l’altruismo sono fondamentali”.

Da giorni Instagram è diventato il diario di bordo della quarantena dei meridionali ‘reclusi’. C’è chi da insegnante di educazione fisica si è scoperto con la passione da falegname. E’ il caso del catanese Daniele, 22 anni, chiuso nel suo appartamento di Parma con la fidanzata Stefania. “Mi ha costruito una libreria nuova – dice lei divertita -, sono un’insegnante e ho una montagna di libri che non so più dove mettere”.

E mentre lui si diletta nella costruzione di mobili, Stefania si dedica ai suoi alunni, preparando lezioni on line e correggendo compiti, aspettando di tornare presto in classe.

Chi invece non si è posto il problema è Simone, giovane infermiere di Ragusa, appena assunto, che lavora in un ospedale di Pavia. In questi giorni lavora il triplo. Ha turni di lavoro massacranti. Ha iniziato la sua prima esperienza lavorativa con l’emergenza del coronavirus. “Vorrei tanto essere a casa anche io – dice il giovane infermiere ragusano – ma penso che questo sia il modo migliore per esprimere il senso del nostro lavoro, a prescindere dal rischio che si corre. Non posso permettermi di avere paura, non adesso. Per cui resto qui e combatto in prima linea. Per me e per il mio Paese. Andrà tutto bene”.


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