Concorsi truccati all’Università di Catania, sospesi il rettore e nove professori

“Associazione a delinquere che pilotava tutto”

VIDEO: spunta la Digos nella sede

Catania: i docenti indagati occupano posizioni di vertice. NOMI E FOTO. Avrebbero indirizzato cattedre e assunzioni. Il procuratore: “Sistema squallido”. Unict: “Attendiamo maggiori informazioni”

INTERCETTAZIONI: “Siamo l’elite della città”

Il caso del candidato che aveva denunciato il sistema

Concorsi truccati all’Università di Catania, sospesi il rettore e nove professori

CATANIA – Il rettore di Catania, Francesco Basile, e altri nove professori sono stati sospesi dal servizio dal gip. Sono indagati per associazione per delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Al centro delle indagini su ‘Università bandita’, coordinate dalla Procura etnea, 27 concorsi.

In diverse sedi dell’ateneo catanese stamattina sono spuntati gli agenti della Digos. L’indagine della Procura di Catania è nata da una querelle tra un professore e l’ex rettore Pignataro su una procedura amministrativa.

I DOCENTI COINVOLTI. I nove docenti destinatari del provvedimento sono professori con posizioni apicali all’interno dei Dipartimenti dell’università etnea. Si tratta di Giacomo Pignataro, 56 anni, past rettore a Catania; Giancarlo Magnano San Lio, 56, prorettore; Giuseppe Barone, detto Uccio, 72 anni, ex direttore del Dipartimento di Scienze politiche e sociali; Michela Maria Bernadetta Cavallaro, 57, direttore del Dipartimento di Economia e impresa; Filippo Drago, 65, direttore del Dipartimento di Scienze biomediche e biotecnologiche; Giovanni Gallo, 57, direttore del Dipartimento di Matematica e informatica; Carmelo Giovanni Monaco, 56, direttore del Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali; Roberto Pennisi, 59, direttore del Dipartimento di Giurisprudenza; Giuseppe Sessa, 66, presidente del coordinamento della Facoltà di Medicina (GUARDA LA GALLERIA FOTOGRAFICA).

Tutti ritenuti responsabili di associazione a delinquere nonché, a vario titolo, di corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione per l’esercizio della funzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, falsità ideologica e materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, abuso d’ufficio e truffa aggravata.

La Procura di Catania aveva chiesto gli arresti domiciliari, ma il gip ha disposto il provvedimento cautelare della sospensione dall’attività professionale. Nel fascicolo aperto su accertamenti della Digos della polizia sono iscritti complessivamente 66 indagati: 40 professori dell’università di Catania e 20 degli atenei di Bologna, Cagliari, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona. Indagate anche altre sei persone a vario titolo collegate con l’università di Catania.

La Digos della Questura di Catania, oltre ai 27 concorsi ritenuti ‘truccati’, sta svolgendo indagini su altre “97 procedure concorsuali sulle quali – ritiene la Procura distrettuale etnea – sussistono fondati elementi di reità circa la loro alterazione”.

I CONCORSI DUBBI. L’inchiesta è stata avviata nel luglio del 2015 e si è conclusa nel mese di marzo del 2018 ed è nata dalle denunce tra l’ex rettore Giacomo Pignataro e Lucio Maggio, ex direttore amministrativo generale dell’Ateneo e riguardava una procedura amministrativa, da indagini avviate dalla Digos della questura di Catania punta il dito in particolare sull’assegnazione di 17 posti per professore ordinario, quattro per professore associato e sei per ricercatore.

L’attività investigativa, spiega la Digos, ha svelato l’esistenza di un’associazione a delinquere, con a capo il rettore Basile e di cui è promotore il suo predecessore Pignataro, finalizzata ad alterare il naturale esito dei bandi di concorso:
– per il conferimento degli assegni, delle borse e dei dottorati di ricerca;
– per l’assunzione del personale tecnico-amministrativo;
– per la composizione degli organi statutari dell’ateneo (consiglio d’amministrazione, nucleo di valutazione, collegio di disciplina);
– per l’assunzione e la progressione in carriera dei docenti universitari.

IL METODO.  Le indagini hanno documentato l’esistenza di un vero e proprio codice di comportamento “sommerso” in ambito universitario, secondo il quale gli esiti dei concorsi devono essere predeterminati dai docenti interessati, nessuno spazio deve essere lasciato a selezioni meritocratiche e nessun ricorso amministrativo può essere presentato contro le decisioni degli organi statutari. Le regole del codice hanno un preciso apparato sanzionatorio e le violazioni sono punite con ritardi nella progressione in carriera o esclusioni da ogni valutazione oggettiva del proprio curriculum scientifico.

L’estrema pericolosità e la piena consapevolezza delle gravi illiceità commesse dal gruppo emergono dalle raccomandazioni dei sodali di “non parlare” telefonicamente o dalla volontà palesata di effettuare delle preventive “bonifiche” degli uffici pubblici per ridurre il rischio di indagini e accertamenti nei loro confronti. Il giorno dopo l’elezione di Francesco Basile a rettore dell’Università di Catania, nel momento in cui incontrò per la prima volta nell’ateneo il suo predecessore Giacomo Pignataro avrebbe chiesto se la stanza fosse stata o meno bonificata da eventuali cimici.

Gli investigatori hanno sottolineato come il sistema non sia ristretto all’università etnea ma si estende ad altri atenei italiani i cui docenti, nel momento in cui sono stati selezionati per fare parte delle commissioni esaminatrici, si sono sempre preoccupati di ‘non interferire’ sulla scelta del futuro vincitore compiuta preventivamente favorendo il candidato interno che risultava prevalere anche nei casi in cui non fosse meritevole. Tra i 40 indagati vi sono anche coloro che hanno vinto i concorsi.

“L’UNIVERSITA’ È ELITE”. In una delle intercettazioni diffuse c’è il professore Barone che, riferendosi agli altri aspiranti, parlando con un candidato che dovrà vincere, diceva: “Vediamo chi sono questi stronzi che dobbiamo schiacciare”. In un’altra intercettazione uno degli indagati pronuncia la frase: “Hanno pestato la merda ora se la piangono” commentando l’operato di un candidato che aveva presentato ricorso, che sarebbe stato minacciato di ritorsioni nei confronti della moglie, che non avrebbe mai – queste le minacce – più fatto parte di una commissione. In un’altra intercettazione il rettore Francesco Basile parlando in merito ai concorsi ‘ad hoc’, avrebbe detto: “L’Università nasce su una base cittadina abbastanza ristretta di elite culturale della città perché fino ad adesso sono sempre quelle le famiglie”.

“UN SISTEMA INQUINATO”. “L’indagine ha consentito di svelare un sistema di nefandezze che purtroppo macchia in maniera veramente pesante il nostro ateneo – dice il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro – perché coinvolge tutti i personaggi di maggiore responsabilità al suo interno. Abbiamo accertato che questo sistema, che vedeva al vertice il precedente rettore e il rettore attuale ha inquinato il sistema di votazione all’interno dell’ateneo per la nomina del rettore e per la nomina degli organi più importanti. A cascata questo sistema si è perpetuato per condizionare numerosi concorsi di tutti i dipartimenti”.

“Un sistema – ha aggiunto Zuccaro – che non esito a definire squallido perché le persone che vengono proposte non sono le più meritevoli per aggiudicarsi il titolo. Quando qualcuno ha il coraggio di proporsi come candidato per questo posto nonostante il capo del dipartimento abbia deciso che non sia venuto il suo momento, queste persone vengono fatte oggetto di critiche pesanti, addirittura di ritorsioni da parte del capo del dipartimento”.

Zuccaro conclude: “Si è usata la parola, da parte di qualcuno, non da parte mia, di ‘metodi paramafiosi. Parto dal principio che se tutto è mafia, nulla è mafia. Io uso la parola mafia per sistemi effettivamente mafiosi. Però questi sono sistemi criminali e anche i sistemi criminali organizzati non mafiosi posso produrre effetti devastanti. I fatti sono estremamente gravi e certamente non fanno onore a persone che dovrebbero appartenere al mondo della cultura: cultura che non può soffrire l’adozione di sistemi clientelari e non basati sul merito per potersi perpetuare. Una cultura che si basa su questi sistemi è una cultura destinata a rimanere sterile e a perseguire più esigenze clientelari che non esigenze di progresso e di sviluppo della nostra società”.

IL COMMENTO DI UNICT. In relazione all’indagine “Università bandita” il direttore generale dell’Università di Catania, avvocato Candeloro Bellantoni, precisa quanto segue: “Attendiamo di conoscere meglio i contorni dei provvedimenti assunti dalla Magistratura e successivamente adotteremo gli atti necessari, di concerto con il ministero dell’Istruzione, università e ricerca”.

CODACONS ALL’ATTACCO. Gli studenti che hanno tenuto esami o discusso tesi di laurea con i professori coinvolti nello scandalo dei concorsi truccati, rischiano di dover ripetere le prove sostenute. Lo afferma il Codacons pronto alla battaglia legale contro corruzione ed irregolarità emersi presso l’università di Catania e altri atenei.

“È evidente che se professori senza alcun merito e nominati sulla base di atti illeciti hanno esaminato studenti durante esami e lauree, tutte le prove universitarie da essi vidimati decadono automaticamente, perché basati su un presupposto di illegalità – spiega il presidente nazionale, Carlo Rienzi – Gli studenti rischiano così di subire loro malgrado un danno enorme a causa dello scandalo portato alla luce dalla magistratura, e hanno tutto il diritto di rivalersi sui soggetti responsabili di tale situazione”.

Il Codacons, che si costituisce parte offesa nell’inchiesta penale, chiederà quindi di valutare l’illegittimità di esami e lauree che vedono coinvolti  professori nominati in assenza di merito e requisiti, e assisterà gli studenti per le dovute azioni risarcitorie nei confronti degli atenei e dei docenti che saranno ritenuti colpevoli.

LA PROCURA AVEVA CHIESTO 40 ORDINANZE DI CUSTODIA. La Procura di Catania aveva chiesto provvedimenti cautelari personali per 40 dei 66 indagati nell’inchiesta “Università Bandita” nata da indagini della Digos della polizia dsu 27 concorsi accademici che, secondo l’accusa, sarebbero stati truccati. Nessuna richiesta era stata invece avanzata per altri 26 indagati, e tra loro i rettori Eugenio Gaudio, de La Sapienza di Roma, e Marco Montorsi, dell’Humanitas University di Rozzano.

Il Gip Carlo Cannella, nella sua ordinanza di 676 pagine, ha disposto la sospensione dell’esercizio dal pubblico ufficio per il rettore Francesco Basile, del pro rettore Giancarlo Magnano di San Lio, dell’ex rettore Giacomo Pignataro e di altre sette professori universitari. La richiesta della Procura, a conclusione di un atto da 1.049 pagine, era più articolata: 13 arresti domiciliari, 27 divieti di dimora, e nessun provvedimento per gli altri 26 indagati.

I domiciliari erano stati chiesti oltre che per Basile, Magnano di San Lio e Pignataro, anche per i professori sospesi: Michela Maria Benedetta Cavallaro (direttrice del dipartimento di Economia e impresa UniCt), Filippo Drago (direttore Scienze Biomediche e biotecnologie UniCt), Giovanni Gallo (direttore Matematica e informatica UniCt), Carmelo Giovanni Monaco (direttore Scienze biologiche, geologiche e ambientali UniCt), Roberto Pennisi (direttore Giurisprudenza UniCt), Giuseppe Sessa (presidente coordinamento facoltà Medicina UniCt).

Gli arresti domiciliari erano stati chiesti anche per Massimo Libra (ordinario di Scienze biomediche UniCt), Ferdinando Nicoletti (ordinario e componente del dipartimento Scienze biomediche UniCt), Giuseppe Pappalardo (ordinario e membro interno del concorso per Rtda nel settore scientifico informativo bandito il 7 giugno 2017) e Giovanni ‘Gianni’ Puglisi (direttore di Scienze del farmaco di UniCt).


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