“La risalita del magma ha provocato il terremoto del 26 dicembre”

Etna. L’ipotesi degli studiosi: “E non è detto che sia finita qui. C’è da pensare che il vulcano abbia ancora energia da spendere”. VIDEOFOTO1FOTO2

“La risalita del magma ha provocato il terremoto del 26 dicembre”

ROMA – La risalita di magma profondo potrebbe essere la causa dello sciame sismico che ha accompagnato l’eruzione dell’Etna del 24-27 dicembre 2018, culminato con il terremoto del 26 dicembre di magnitudo 4.8, sulla faglia di Fiandaca nel fianco sud-orientale del vulcano.

A formulare l’ipotesi, sulla rivista Geophysical research letters, sono i ricercatori dell’Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irea) e dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), con la Protezione civile.

“La disponibilità dei dati satellitari delle costellazioni Sentinel-1 e COSMO-SkyMed – rileva Riccardo Lanari, direttore Cnr-Irea – ha permesso di rilevare i movimenti del suolo che hanno interessato l’apparato vulcanico etneo durante l’eruzione del 24-27 dicembre”.

Grazie all’utilizzo di modelli matematici sono state poi ricostruite le sorgenti vulcaniche e sismiche che hanno generato le deformazioni sulla superficie del vulcano, dimostrando il nesso causale fra eruzione e terremoti. “In questo modo – afferma Vincenzo De Novellis, ricercatore Cnr-Irea – abbiamo individuato due diverse sorgenti magmatiche”.

Una superficiale, che ha causato l’apertura delle fessure osservate al suolo, da cui è fuoriuscita la colata lavica, ed “un’altra molto più profonda (da 3 a 8.5 chilometri) che ha esercitato una tensione sui fianchi del vulcano – continua – innescando il movimento delle faglie e generando poi i terremoti”.

E non è detto che sia finita qui. “Confrontando le grandi deformazioni degli ultimi mesi e la piccola eruzione di dicembre – aggiunge Marco Neri, ricercatore Ingv – c’è da pensare che il vulcano abbia ancora energia da spendere, come dimostra la ripresa dell’attività eruttiva del 29-30 maggio 2019”.

Con questo studio, conclude De Novellis, “avevamo ipotizzato che l’Etna non si sarebbe fermato, perché non aveva liberato tutta la sua energia. Ipotesi confermata da questi due nuovi flussi lavici e l’apertura di fessure negli stessi punti di dicembre”.


Correlati