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 venerdì, 30 luglio 2010

Sicilia
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Vescovi del Sud pronti allo sciopero
"O ascoltate la nostra voce, o non vi votiamo più". Gli uomini di Chiesa si rivolgono ai politici: "Il Meridione soffoca per colpa della criminalità. I cristiani devono svegliarsi. Le mafie da noi hanno avuto terreno fertile e la gente subisce"


ROMA - Anche uno "sciopero elettorale", secondo i vescovi più attivi nella lotta contro la criminalità e il degrado sociale nel Mezzogiorno, può rendersi necessario per mandare un forte segnale di cambiamento al Sud. "Adesso tocca a noi - dice monsignor Antonio Riboldi, vescovo emerito di Acerra, da sempre nel mirino dei clan -. Ai politici bisogna dire: o ascoltate la nostra voce, o non vi votiamo più".

A meno di tre settimane dal voto, e pochi giorni dopo il documento della Cei sul Sud che aveva parlato anche di inadeguatezza della classe politica, per Riboldi, "se serve", si deve arrivare anche allo sciopero elettorale. "I cristiani al Sud devono svegliarsi - dice in un'intervista a Famiglia Cristiana -. Invece, oggi sono continuamente assistiti. Il Mezzogiorno non è l'Italia - aggiunge -, oggi si può dire che è una zona annessa. Sarà brutto, ma è così".

Uno dei simboli della lotta della Chiesa per la legalità, dice che "in 50 anni al Sud" ha visto solo "parole ed errori: fabbriche nate e morte, terreni agricoli devastati, turismo in abbandono. Le mafie - sottolinea - hanno avuto terreno fertile, arato dallo Stato e da un sistema di corruzione e di collusione impostato con straordinaria efficacia". E la gente "ha subito e si è rassegnata. Ma la cultura dell'illegalità è stata diffusa dallo Stato. E non mi consola - dice con una stoccata sugli annunci di governo - vedere che proprio chi ha contribuito alla logica della corruzione propone una legge contro di essa".

Il vescovo ritiene che per cambiare serve "più coraggio". "La camorra domina i cuori e le menti - spiega -. Impedisce ai ragazzini di andare a scuola, perchè è lei che li vuole educare". Eppure, osserva, "tagliamo i fondi alla scuola". Ricordando che "Cutolo sosteneva che la camorra è come Robin Hood: toglie ai ricchi per dare ai poveri", Riboldi ammonisce che "se la scuola non contrasta questa cultura dell'illegalità come strumento di protezione sociale, non ci sarà futuro per il Sud e neppure per l'Italia". Per vincere, allora, "bisogna tagliare i ponti, anche quelli tra le nostre chiese e la cultura mafiosa, che spesso dimostra di essere devota".

Di una Chiesa "a volte troppo timida" di fronte alla mafia parlano, sempre su Famiglia Cristiana, anche altri tre presuli del Mezzogiorno, secondo cui è ora di scelte coraggiose per il Sud, per fare in modo che il documento della Cei non finisca sugli scaffali, come quello di 20 anni fa. Il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, paventa una Chiesa "icona dell'antimafia", che sollevi i singoli dalle proprie responsabilità. "Anche nelle nostre comunità", avverte, occorre riflettere sul senso della "parola terribile" citata nel documento Cei sul Mezzogiorno: "collusione".

Insomma, servono segnali concreti, azioni dimostrative: "Ogni comunità - propone - scelga un argomento in relazione alla situazione del proprio territorio e agisca: pizzo, usura, corruzione della politica, mafia devota che offre soldi per le feste popolari". Essendo pronti a "pagare di persona".
Il vescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, quello che a Natale tolse i Re Magi dal presepe lasciando la scritta: 'respinti alla frontiera' come immigrati clandestini, propone di "abolire ogni festa religiosa nei paesi dove si contano gli omicidi. Il sacro non basta per ritenersi a posto - spiega - se poi nessuno denuncia e la cultura mafiosa è l'unica ammessa".

Per Giuseppe Morosini, vescovo di Locri, "la nostra gente deve tornare a essere protagonista, e si diventa protagonisti con il voto e con volti nuovi". Mentre forse, conclude, "bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa a volte troppo timida".

09/03/2010



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