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sabato, 19 agosto 2017

Pubblicato: 08/03/2012

Le accuse contestate ai singoli mafiosi


CALTANISSETTA - Sono cinque le persone destinatarie del provvedimento emesso dal Gip di Caltanissetta, su richiesta della Dda della locale Procura, nell'ambito della nuova inchiesta sulla strage del 19 luglio del 1992, in via D'Amelio a Palermo, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Eddi Walter Cusina.

Salvatore Madonia, 56 anni, già detenuto, è accusato di essere il mandante in qualità di componente della commissione provinciale di Cosa nostra di Palermo, presieduta da Totò Riina. In questo ruolo avrebbe partecipato a quella tenutasi tra il novembre e il 13 dicembre del 1991 in cui Cosa nostra avrebbe deliberato l'esecuzione di un programma stragista che prevedeva, tra l'altro, l'uccisione, con un attentato del giudice Paolo Borsellino.

Il pentito Gaspare Spatuzza, 48 anni, Vittorio Tutino, 46, e Salvatore Vitale, 66, sono accusati, come ha ricostruito lo stesso collaboratore di giustizia, di essere tra gli esecutori materiali della strage. Nell'azione avrebbero avuto un ruolo anche tre persone che sono state già giudicate (Cristoforo Cannella, Lorenzo Tinnirello e Francesco Travaglia), un'altra per cui si procede separatamente (Fabio Tranchina) ed altri appartenenti al mandamento di Brancaccio.

Secondo l'accusa Spatuzza e Tutino avrebbero rubato la Fiat 126 usata poi come autobomba e procurato due batterie e un'antenna necessari per alimentare e collegare i dispositivi destinati a fare brillare l'esplosivo collocato nell'auto.

Vitale sarebbe stato l'informatore del clan, fornendo al gruppo indicazioni indispensabili sulla presenza e le abitudini del giudice Paolo Borsellimo, aiutato dal fatto di abitare in un appartamento al piano terra dello stesso edificio di via Mariano D'Amelio, e avrebbe facilitato il posteggio dell'autobomba davanti l'ingresso dello stabile. I quattro sono indagati per strage aggravata continuata in concorso e di fabbricazione, porto e detenzione di esplosivo.

Nell'inchiesta anche l'ex boss di Sommatino ed ex collaboratore di giustizia Calogero Pulci che è accusato di calunnia aggravata. Secondo la tesi della Procura di Caltanissetta, accolta dal Gip nisseno, nel corso dell'esame dibattimentale, in grado d'apello, del processo 'Borsellino-bis' per la strage di via D'Amelio, accusò falsamente Gaetano Murana, pur sapendolo innocente, di avere partecipato alle fasi esecutive dell'attentato, rifendo che, durante un colloquio in carcere, Murana gli avrebbe detto che "il lavoro l'abbiamo fatto noi della Guadagna", facendo condannare l'imputato all'ergastolo.

Tra gli indagati, per favoreggiamento aggravato, c'è pure Maurizio Costa, un meccanico di 57 anni, accusato di avere mentito sull'incarico ricevuto da Gaspare Spatuzza di riparare l'impianto frenante della Fiat 126 che sarebbe stata utilizzata come autobomba in via D'Amelio. Nei suoi confronti la Procura aveva chiesto l'emissione di un ordine di carcerazione, ma il Gip ha ritenuto che non esistano i requisiti. A Costa, tra l'altro, è contestato anche l'avere riferito a soggetti gravitanti vicini al mandamento di Brancaccio, appena rientrato a Palermo da Caltanissetta, del suo interrogatorio davanti ai magistrati della Dda della Procura nissena.

Le indagini della Dia sono state coordinate dal procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lepri, dagli aggiunti Amedeo Bertone e Domenico Gozzo, e dai sostituti della Direzione distrattuale antimafia Nicolò Marino, Gabriele Paci e Stefano Luciani.




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