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martedì, 27 giugno 2017

Strage Borsellino: "Colossale depistaggio"

Aperto un nuovo filone di inchiesta sulla strage di via D'Amelio, il processo si rifarà per almeno sette degli imputati. La lente della Procura di Caltanissetta punta sui servizi segreti e sulla possibile manipolazione delle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, le cui dichiarazioni sarebbero state suggerite. Indagati tre dirigenti della polizia

CALTANISSETTA - Il processo per la strage di via D'Amelio, in cui morirono Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta, si rifarà almeno per sette degli imputati che stanno scontando l'ergastolo pur essendo estranei all'attentato. E di pari passo si svilupperà un altro filone giudiziario, l'ennesimo, per fare luce sul "colossale depistaggio" - così lo ha definito il procuratore Sergio Lari - costruito dagli apparati investigativi deviati sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino.

Le sue rivelazioni pilotate sono praticamente crollate di fronte all'altra verità raccontata da Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, due collaboratori ben più informati e attendibili del "picciotto" della Guadagna. Se non altro perchè si sono autoaccusati di avere partecipato alla fase preparatoria della strage organizzata da Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio.

Il nuovo quadro della vicenda è ricostruito nei faldoni che, dopo una lunga indagine, dalla Procura sono stati trasmessi alla Procura generale di Caltanissetta. La montagna di carte è accompagnata dalla richiesta di riapertura del processo per sette dei vecchi imputati: Salvatore Profeta, cognato di Scarantino, Gaetano Scotto, Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Giuseppe Urso, Gaetano Murana e Natale Gambino. Scarantino li ha chiamati in causa in un tormentato percorso di collaborazione cominciato con la confessione di essere stato proprio lui a procurare la 126 imbottita di tritolo. Non era vero ma quando ha ritrattato tutto, accusando gli uomini della squadra investigativa guidata da Arnaldo La Barbera, non è stato creduto.

A rimettere le cose al loro posto hanno pensato prima Spatuzza, uomo di fiducia di Graviano, e poi Tranchina. La Procura di Caltanissetta non ha tralasciato nulla e dopo più di un anno e mezzo non solo ha rimesso in discussione l'intero impianto processuale, passato anche attraverso il vaglio della Cassazione, ma ha cercato di ricostruire il "depistaggio" e la parte avuta da alcuni investigatori. Arnaldo La Barbera, il capo, è morto nel 2002. Nelle maglie dell'indagine sono rimasti in tre.

Uno, Mario Bo, ora capo della squadra mobile di Trieste, è accusato da Scarantino di avere esercitato su di lui forti pressioni per avallare la prima, falsa, verità sulla strage. Gli altri due sono Vincenzo Ricciardi, questore di Bergamo, e Salvatore La Barbera, ora dirigente della polizia postale di Milano. Sono indagati per calunnia. Ma ci sarebbe anche un quarto "suggeritore": un poliziotto che avrebbe "istruito" Scarantino alla vigilia di un interrogatorio con annotazioni in un verbale del 1994.

La discussa gestione del pentito suscitò a suo tempo polemiche e tensioni nella stessa squadra di La Barbera. Ma alla fine venne avallato dalla Procura di Caltanissetta, allora diretta da Giovanni Tinebra, e da ben undici dibattimenti. Ora invece si cercano un'altra verità e le ragioni di una direzione investigativa che ha allungato altre ombre su una pagina nera della storia d'Italia.




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