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venerdì, 23 giugno 2017

Reato di clandestinità, l'Ue boccia il carcere

L'Unione europea dice no alla pena detentiva per gli immigrati irregolari: "E' contro la politica dei rimpatri". La Caritas: "Ora il governo italiano si adegui"

BRUXELLES - La Corte di giustizia dell'Unione europea boccia il carcere previsto dalla norma che introduce il reato di clandestinità per gli immigrati irregolari. La pena detentiva da essa prevista, infatti, spiegano i giudici di Lussemburgo, "rischia di compromettere la realizzazione dell'obiettivo perseguito dalla direttiva comunitaria sui rimpatri, ossia l'instaurazione di una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno sia irregolare nel rispetto dei loro diritti fondamentali".

Nel dispositivo della sentenza, emessa per un sollecito inoltrato dalla Corte d'appello di Trento, si spiega che "gli Stati membri non possono introdurre, al fine di ovviare all'insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all'allontanamento coattivo, una pena detentiva, come quella prevista dalla normativa nazionale, solo perché un cittadino di un paese terzo, dopo che gli è stato notificato un ordine di lasciare il territorio nazionale e che il termine impartito con tale ordine è scaduto, permane in maniera irregolare in detto territorio. Gli Stati membri devono continuare ad adoperarsi per dare esecuzione alla decisione di rimpatrio, che continua a produrre i suoi effetti".

La Corte di giustizia Ue ricorda che la direttiva definisce la procedura da applicare al rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi: si parte dalla "adozione di una decisione di rimpatrio" con la priorità da accordare a "una possibile partenza volontaria".

Nel caso non questa non avvenga si procede "all'allontanamento coattivo, prendendo le misure meno coercitive possibili. Solo qualora l'allontanamento rischi di essere compromesso dal comportamento dell'interessato, lo Stato membro può procedere al suo trattenimento".

La sentenza rammenta inoltre che "la direttiva rimpatri non è stata trasposta nell'ordinamento giuridico italiano" ricordando che in questi casi "i singoli sono legittimati a invocare, contro lo Stato membro inadempiente, le disposizioni di una direttiva che appaiano, dal punto di vista sostanziale, incondizionate e sufficientemente precise".

Immediata la reazione della Caritas: "Le nostre forti perplessità e le nostre critiche sul reato di clandestinità espresse già nel momento in cui venne introdotto il pacchetto sicurezza, trovano conferma nella sentenza della Corte di Giustizia europea", dice Oliviero Forti, responsabile nazionale immigrazione della Caritas.

"Ora - aggiunge - ci attendiamo risposte adeguate da parte del governo italiano, e cioè che venga recepita la direttiva dell'Unione europea sui rimpatri e quindi che venga rispettata la sentenza europea". Si tratta - spiega ancora Forti - di dare seguito al principio del "rimpatrio volontario assistito che oltretutto avrebbe costi assai inferiori rispetto ai rimpatri forzati".




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