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domenica, 19 novembre 2017

Un eritreo alla madre: "Aiuto, affondiamo". Poi nessun contatto da una settimana


CATANIA - "Rischiamo di affondare, aiuto". È l'allarme lanciato ieri da un barcone in difficoltà, al largo tra la Libia e l'Italia, da un eritreo, che è riuscito a mettersi in contatto via cellulare con la madre, residente a Genova. La donna, che abita nel centro del capoluogo ligure, ha chiesto aiuto alla comunità eritrea, i cui rappresentanti si sono rivolti alla questura. L'sos è stato subito girato ad Agrigento, e sono scattati i soccorsi. Ma del giovane immigrato, al momento, non si sa ancora nulla. "Sono qui che aspetto e prego", si limita a dire la madre.

"La vita del mio Teka è in pericolo, vi prego voi aiutatemi", ripete Solomon Hagos Zaid, 54 anni, la madre del giovane eritreo che ha lanciato l'allarme da un barcone in viaggio dalla Libia all'Italia. "L'ho sentito l'ultima volta lunedì scorso, da allora non so più nulla di lui". Teka, racconta la donna, ha 28 anni. Due anni fa la fuga dall'Eritrea e dall'esercito, di cui faceva parte e un lungo viaggio attraverso l'Etiopia e il Sudan. Fino in Libia, dove il giovane ha vissuto gli ultimi due anni.

"Gheddafi aveva bloccato i trasferimenti, mio figlio non riusciva a partire", spiega la madre in lacrime. "Per trovare un passaggio su quella maledetta barca - prosegue - ho dovuto pagare 4.100 dollari, che ho spedito allo scafista". Lunedì sera l'ultimo contatto telefonico. "Mi ha chiamato che era già in mare - sostiene la madre - piangeva, aveva paura, diceva che il barcone faceva acqua da tutte le parti".

Poi il nulla: "Ho parlato con lo scafista, ma da qualche giorno anche lui non risponde più al telefono - conclude la donna - e ora ho paura che sia accaduto qualcosa di brutto a mio figlio".




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