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venerdì, 28 luglio 2017

Ucp: "La pena non può essere vendetta"


ROMA - "E' una decisione importante e corretta e attesa da tempo: rimarca come anche i detenuti, compresi quelli che hanno commesso gravi reati, hanno diritto a una morte dignitosa".

Beniamino Migliucci, presidente dell'Unione delle Camere penali, non nasconde la sua soddisfazione per una sentenza, quella della Cassazione su Totò Riina, che "traccia in maniera chiara i limiti della pena: se non c'è pericolosità non si può trattare diversamente un essere umano, altrimenti la pena si trasforma in vendetta".

Si tratta di un cambio di rotta significativo rispetto a "decisioni di segno opposto che sono distoniche riguardo a quello che la Costituzione vuole per la pena e la dignità dell'uomo".

"A volte le valutazioni dei giudici su persone che si sono macchiate di gravi reati sono state fatte sulla base della suggestione e dell'emotività, pensando alla reazione negativa dell'opinione pubblica - osserva il leader dei penalisti - Ma se un detenuto è malato terminale di tumore, ha l'Alzheimer o altre malattie che lo rendono invalido, come si fa a presumere la sua pericolosità? Una persona non può essere pericolosa a prescindere, se sta per morire".

Da questo punto di vista la pronuncia della Cassazione è per i giudici di merito "un invito a tener conto delle norme esistenti e dei nostri principi costituzionali". E segna un punto di non ritorno: "Adesso le valutazioni dei vari tribunali dovranno tener conto di queste indicazioni".

Favorevole anche è Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone. "In attesa di leggere le motivazioni della pronuncia della Cassazione, quella su Riina è una sentenza molto importante poiché pone il tema della dignità umana e di come essa vada preservata anche per chi ha compiuto i reati più gravi e, di conseguenza, come la pena carceraria non possa e non debba mai trasformarsi in una sofferenza atroce e irreversibile".

"Ancora oggi - prosegue Gonnella - ci sono detenuti che da circa 25 anni sono continuativamente sottoposti al regime duro di vita penitenziaria disciplinato dall'art 41 bis 2° comma dell'ordinamento penitenziario. Alcuni di loro versano in condizioni di salute gravissime tali da non poter costituire mai un pericolo all'esterno".

"Dal punto di vista del principio espresso dai giudici della Cassazione non possiamo che essere totalmente d'accordo. Se non fosse così vorrebbe dire che per noi la pena è pura vendetta. Rispetto invece alle preoccupazioni di tipo criminale - sottolinea ancora Gonnella - qualora mai un detenuto come Riina avesse l'opportunità di essere curato fuori dal carcere sarà comunque cura degli organi investigativi e delle forze dell'ordine fare in modo che ciò possa avvenire senza che questo costituisca un rischio relativamente alla commissione di nuovi reati". "Uno stato forte e democratico - conclude il presidente di Antigone - non fa mai morire nessuno in carcere deliberatamente".

"C'è una persona malata, al quale lo Stato deve riservare un adeguato trattamento terapeutico a prescindere dai crimini commessi e dalla presenza o meno - che in questo caso non c'è stata - di una presa di coscienza, di un percorso di ravvedimento e di conversione. Ma c'è anche una vicenda di violenza, di stragi e di sangue che ha causato tante vittime e il dolore insanabile dei loro famigliari", sottolinea don Luigi Ciotti. Secondo il sacerdote, dunque, "c'è un diritto del singolo, che va salvaguardato. Ma c'è anche una più ampia logica di giustizia di cui non si possono dimenticare le profonde e indiscutibili ragioni".




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