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domenica, 24 settembre 2017

''I Laudani garantivano il monopolio
degli appalti Lidl in Sicilia''

Operazione della Dda di Milano: arrestate 15 persone legate alla famiglia mafiosa etnea, due fermi a Catania. Amministrazione giudiziaria per 4 direzioni generali della societÓ

MILANO - Anche Catania è coinvolta nell'operazione della polizia e della guardia di finanza che ha portato 15 misure cautelari in Lombardia e due fermi nel capoluogo etneo (Enrico Borzì e Vincenzo Greco) nell'ambito di una indagine contro le attività criminali della famiglia mafiosa dei Laudani.

In particolare sono state poste in amministrazione giudiziaria quattro direzioni generali della società di grande distribuzione Lidl, che in Italia ha circa 200 punti vendita. La presunta associazione per delinquere smantellata dalla Dda di Milano avrebbe ottenuto "commesse e appalti di servizi in Sicilia" da Lidl Italia e Eurospin Italia attraverso "dazioni di denaro a esponenti della famiglia Laudani", clan mafioso "in grado di garantire il monopolio di tali commesse e la cogestione dei lavori in Sicilia". Gli arrestati, inoltre, avrebbero ottenuto lavori da Lidl Italia "in Piemonte" attraverso "dazioni corruttive". Lo si legge nell'ordinanza cautelare.

L'associazione per delinquere avrebbe funzionato "da serbatoio finanziario del clan: da un lato, l'appartenenza al sodalizio di soggetti esercitanti il controllo su floride aziende del settore della sicurezza privata e, d'altro canto, l'opportuna lontananza del luogo di formazione della provvista, dal territorio di riferimento del clan, rendono particolarmente efficace l'attività dell'associazione, volta al sovvenzionamento dell'organizzazione di stampo mafioso", scrive il gip di Milano Giulio Fanales nell'ordinanza d'arresto.

Il giudice mette anche in evidenza "la complessità del sistema escogitato e i grandi rischi corsi dagli indagati, stante la rilevante distanza fra il territorio di operatività dell'associazione, nonché luogo delle loro dimore abituali, e il comune di Acireale, ove hanno luogo le consegne di denaro".

Si sarebbe verificato uno "stabile asservimento di dirigenti della Lidl Italia srl, preposti all'assegnazione degli appalti, onde ottenere l'assegnazione delle commesse, a favore delle imprese controllate dagli associati, in spregio alle regole della concorrenza e con grave nocumento per il patrimonio della società appaltante".

Gli arrestati avrebbero messo le mani su appalti Lidl riguardanti "l'organizzazione della logistica presso i magazzini ove è custodita la merce di natura non alimentare, l'allestimento di nuovi supermercati, il rifacimento di negozi preesistenti, le manutenzioni periodiche, o le riparazioni occorrenti in caso di guasti improvvisi".

L'associazione per delinquere avrebbe commesso "una pluralità di delitti di emissione di fatture per operazioni inesistenti, omessa dichiarazione Iva, omesso versamento Iva, appropriazione indebita, ricettazione, traffico di influenze, intestazione fittizia di beni, corruzione tra privati". In particolare Luigi Alecci, Giacomo Politi e Emanuele Micelotta, tutti "con il ruolo di capi e promotori", nel 2008 avrebbero costituito "dapprima la Sigi Facilities e poi, nel 2015, la Sigilog, società consortile a cui fanno capo una serie di imprese, che si occupano di logistica e servizi alle imprese, intestate a prestanome al fine di permettere agli indagati una totale mimetizzazione".

Queste imprese poi, come si legge sempre nell'ordinanza, avrebbero versato somme di denaro a Simone Suriano, "dipendente Lidl Italia srl, con il ruolo di associato" e finito oggi agli arresti domiciliari. Suriano sarebbe stato "stabilmente a libro paga per far ottenere appalti a favore di imprese facenti parte dei consorzi Sigi Facilitis e Sigilog".

La società Lidl Italia, invece, non è indagata. Soldi sarebbero stati versati poi anche a Salvatore Orazio Di Mauro, "fino al suo arresto nel 2016". Di Mauro sarebbe un "esponente di spicco della famiglia Laudani, uomo di fiducia di Sebastiano Laudani, detto "Iano il grande". Le imprese della presunta associazione, tra l'altro, avrebbero versato denaro anche a Enrico Borzì, anche lui presunto esponente dell'associazione. I rapporti tra gli indagati e la famiglia Laudani, si legge negli atti, "risalgono a tempo addietro" e tra le finalità dei versamenti c'era anche quella "di provvedere al sostegno dei detenuti della famiglia mafiosa dei Laudani".

Nel complesso sono state eseguite oltre 60 perquisizioni tra Lombardia, Piemonte, Puglia e Sicilia, e sequestri preventivi di beni immobili e quote sociali. Coinvolto anche il consorzio di società che forniscono i vigilantes al tribunale di Milano: sarebbero emersi stretti rapporti tra alcuni dirigenti delle società messe in amministrazione giudiziaria e alcuni personaggi ritenuti appartenenti alla famiglia dei Laudani.

"E' stata una indagine molto complessa - dice il procuratore aggiunto Ilda Boccassini, a Milano, nel corso della conferenza stampa -. Sono stati seguiti i passaggi di denaro, il denaro raccolto a Milano veniva consegnato alla famiglia Laudani. Tutta l'indagine - è stata condotta in piena sinergia con l'autorità giudiziaria di Catania. Paolo Storari è un fenomeno", aggiunge Ilda Boccassini riferendosi al pm titolare dell'inchiesta.

"Corrompere in Italia è facile e si pagano non solo i funzionari e i dipendenti ma anche i pensionati e chiunque possa avere influenza o segnalare i corruttibili. Ma soprattutto la mafia cerca la polverizzazione dei dati. Siamo di fronte a fatture false anche di mille o duemila euro - hanno spiegato gli inquirenti in una conferenza stampa - Volumi non elevati, per scelta".

Abbassare la soglia dei movimenti di liquidità (otto i viaggi documentati dalle indagini) rappresenta "l'evoluzione del sistema di corruzione in Italia". E i Laudani (il clan destinatario dei soldi, ndR), ha detto ancora il procuratore Boccassini, "sono una famiglia ritenuta il braccio armato di Nitto Santapaola".

I soldi incassati dalla cosca venivano passati ai familiari dei detenuti, ai quali il "cassiere" chiedeva di sottoscrivere "una ricevuta". Il denaro, si legge negli atti, "viene da un indagato portato in Sicilia e da costui consegnato nelle mani di Borzì, che teneva un apposito registro in cui vengono indicati i riferimenti dei versamenti in ingresso e i riferimenti dei pagamenti in uscita".




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