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martedì, 27 giugno 2017

Pubblicato: 06/05/2017

"Odiamo i trafficanti, basta fango"

Contatti tra scafisti e ong. Catrambone (Moas) a Catania: "Zuccaro avrà avuto i suoi motivi per alzare questo polverone. Ma niente stillicidi mediatici"

CATANIA - "Io non lo vedo il procuratore Zuccaro. Noi vorremmo collaborare con tutti. Tutti mi chiedono di questo procuratore, ma io non lo conosco e credo che lui non conosca né me né mio marito. Se bisogna fare un'indagine ben venga, ma non gli stillicidi mediatici, facciamoli nelle aule dei tribunali con le porte chiuse e con la segretezza...".

Regina Catrambone, fondatrice dell'Ong Moas, oggi a Catania, è intervenuta, a margine dello sbarco di 394 migranti e del cadavere del ragazzo trovato morto su un gommone ucciso da un colpo di arma da fuoco, negando le accuse mosse in questi giorni dal procuratore etneo Zuccaro e prendendo le distanze dal vespaio di polemiche nate sulla vicenda.

"Mi chiedo come mai queste domande in questo momento - ha aggiunto Catambrone - in cui abbiamo portato il corpo senza vita di un ragazzo di soli 19 anni che è morto per mano dei trafficanti veri. Noi non siamo trafficanti, noi siamo persone che non sono riuscite a restare indifferenti alle morti in mare. E dopo la terribile tragedia delle 368 persone morte al largo di Lampedusa abbiamo partecipato a Mare Nostrum rispondendo anche all'appello dell'Europa che chiedeva un intervento concreto per aiutare l'Italia. Risposta che non c'è stata da nessuno tranne che dalla società civile e da alcuni singoli che eravamo io e mio marito e abbiamo sempre cooperato con tutti, con Frontex, con la marina militare italiana. Noi chiediamo rispetto per tutto il personale delle Ong e delle organizzazioni umanitarie che cooperano in mare".

"Non ho mai ricevuto telefonate da scafisti, noi odiamo i trafficanti di persone. Non ho parlato con nessuno di loro - continua - nè ho mai avuto contatti con la Libia, ho sempre parlato con la guardia costiera italiana. E se qualcuno ha commesso reati si lavori, si indaghi, ma, basta fango e sciacallaggio mediatici perché noi ci mettiamo cuore e passione".

"Ho visto - aggiunge - una strumentalizzazione da parte dei partici politici. Per cosa poi? Per ottenere più voti? A noi questo non interessa, non facciamo politica, a noi interessa salvare vite umane. Per noi la cosa più importante è il sorriso di un bambino che ci ricorda quanto importante sia la vita. Ma tutto questo viene dimenticato per queste polemiche e i media si lasciano strumentalizzare da queste cose".

"Il procuratore di Catania avrà avuto i suoi buoni motivi per parlare sull'operato delle Ong nel Mediterraneo, ma le sue parole hanno creato un effetto domino, con l'intervento della politica, che ha portato momenti di instabilità in Italia, con un centro di Aiom che è assalito da un partito politico. Non si può fare politica sulla pelle delle persone - ha ribadito - ma intervengano per fare arrivare queste persone legalmente, con corridoi umanitari, con misericordia. I migranti prima di partire pagano il prezzo del viaggio e al trafficante non gli importa poi se muoiono o vivono".

Regina Catrambone ha ribadito di "non avere ricevuto alcuna informazione dalla Procura di Catania, ma di avere saputo la notizia dai media, mentre di solito si seguono altre vie. Se incontro il procuratore Zuccaro lo saluto e lo abbraccio come un fratello. E adesso gli mando un bacio".

"Io non sono la persona che sta sul ponte, mi occupo di soccorsi, sono i tecnici, il capitano e l'ammiraglio, che hanno i contatti con la guardia costiera", precisa Regina Catrambone. E sui conti dell'Organizzazione non governativa si dice "pronta a consegnarli alla Procura se ce lo chiede, purché poi - precisa - restino riservati".

"Noi - osserva - abbiamo anche un'etica nel raccogliere fondi e abbiamo accettato contributi soltanto da chi aveva dei requisiti da noi fissati con rigore. E finora tutti li hanno avuti". "Smentisce" con determinazione di avere "contatti con l'intelligence Usa" che definisce "gravissime illazioni senza fondamento", forse legate al fatto che "mio marito è un cittadino statunitense". E su apparati 'segreti' a bordo replica: "Non mi occupo di queste cose, ma abbiamo dei visori notturni e la notte spegniamo tutte le luci per osservare meglio in mare alla ricerca di persone da soccorrere".

"La nostra organizzazione - ricorda - nasce da un'idea del cuore che poi ha toccato la mente, l'anima e il portafoglio. Scaturisce dalla necessità di fare qualcosa dopo avere visto, tra Lampedusa e la Tunisia, una giacca in mare, mentre Papa Francesco diceva di abbattere il muro e di essere solidali con i nostri fratelli che soffrono e rischiano la vita. Abbiamo messo il nostro talento e il denaro per fare qualcosa per loro".

"Siamo in azione nel Mediterraneo dal 2014 - aggiunge Catrambone - e abbiamo piano piano ricevuto poi contributi economici e di idee. Poi sono arrivati anche gli altri. Il nostro è stato un sasso lanciato in mare che ha creato delle buone onde.... Noi abbiamo iniziato la nostra attività nel 2014 per colmare un vuoto che c'era in mare e non capisco perché questa accuse arrivano proprio ora, vogliamo capire e vogliamo rispetto per le famiglie di tutti i nostri operatori".

E ancora: "Frontex non ha mai parlato di 'taxi del mare' per i soccorsi di migranti nel Mediterraneo, che è stata una fake news fomentata da qualcun altro per scopi ai quali non voglio neppure pensare". Moas, annuncia Regina Catrambone, "sta cercando di aprire una sede in Italia, a Roma". E sull'ipotesi di un 'accreditamento' per le ong che possano operare in mare a soccorrere migranti commenta: "Non se sappiamo alcunché, certo noi siamo stati i primi non saremo gli ultimi...".

Sul telefono satellitare Thuraya che, secondo un'ipotesi investigativa, sarebbe stato utilizzato più volte per mettere in contatto migranti e Ong, osserva: "C'è un telefono satellitare che viaggia con un piccione viaggiatore? Questa non la capisco... Non capisco perché queste domande non sono poste nelle sedi adeguate alle persone che possono essere oggetto di indagini? Se c'è questo telefonino perché non chiamano le persone che lo hanno? Vadano in Libia. Abbiamo un'ambasciata italiana lì. Non è difficile arrivare in Libia, che è a un tiro di schioppo dalla Sicilia. I procuratori che si occupano di queste indagini - chiosa Catrambone - andassero sul campo a ricercare queste prove".




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