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mercoledý, 23 agosto 2017

Pubblicato: 20/02/2017

Di Matteo pronto a lasciare Palermo

Accogliendo la sua richiesta, il Csm lo ha proposto come sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia

ROMA - Il pm Nino Di Matteo si prepara a lasciare Palermo. Accogliendo la sua domanda, la III Commissione del Csm ha proposto al plenum di assegnare a lui uno dei 5 posti di sostituto procuratore da coprire alla Direzione nazionale antimafia. I 4 colleghi scelti con lui sono Francesco Polino, Barbara Sargenti e Maria Cristina Palaia, della Procura di Roma, e Michele Del Prete, di quella di Napoli.

"Si è trattato di una decisione non semplice, vista la presenza di candidati di altissimo profilo", dice Elisabetta Casellati, presidente della commissione, spiegando che si è anche "tenuto conto delle indicazioni del procuratore Roberti", capo della Superprocura e che i consiglieri hanno voluto ascoltare in audizione anche per capire "le esigenze dell'ufficio". Ci vorrà ora del tempo prima del voto definitivo del plenum: dovranno essere scritte le motivazioni a sostegno dei cinque candidati. Un'incombenza che potrebbe portare la discussione a metà marzo.

A novembre Di Matteo aveva rifiutato l'offerta di un trasferimento per ragioni di sicurezza, cioè fuori dalle vie ordinarie, alla stessa Superprocura, dopo che un'intercettazione aveva rilanciato l'allarme sui rischi di un attentato ai suoi danni.

Si trattava della conversazione in cui un mafioso, parlando in auto con la moglie ed ignorando la presenza di microspie piazzate dagli investigatori, le raccomandava di non andare al circolo sportivo frequentato dal pm Nino Di Matteo "perché lo devono ammazzare". Un episodio segnalato dal capo della procura di Palermo Francesco Lo Voi al Csm.

Accettare la "scorciatoia" di un trasferimento per ragioni di sicurezza sarebbe "un segnale di resa personale e istituzionale che non intendo dare", aveva spiegato il magistrato più protetto d'Italia, quando era stato convocato dai consiglieri.

In precedenza era stato invece il Csm a bocciare la sua candidatura alla procura guidata da Franco Roberti, preferendogli altri tre colleghi. Un boccone amaro da digerire per Di Matteo, che reagì con un ricorso al Tar del Lazio, lamentando di aver subito "un'ingiusta mortificazione".




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