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mercoledý, 22 febbraio 2017

Pubblicato: 14/02/2017

"Una manipolatrice senza pietÓ"

Delitto Loris, in 194 pagine le motivazioni della condanna della Panarello: "Definizione di lucidissima assassina Ŕ benevola. Affetta da sindrome di Medea". La difesa: "Fermi nelle nostre posizioni"

RAGUSA - "Il falso alibi fornito, le diverse versioni sui fatti, le plurime contraddizioni, i tentativi di accusare altre persone, la condotta processuale spregiudicata e calunniosa, ribadita in forma glaciale e senza tentennamenti anche davanti al giudice costituiscono comprova dell'inverosimiglianza di amnesie dissociative retrograde".

Lo scrive il gup Andrea Reale nelle 194 pagine delle motivazioni della condanna a 30 anni di reclusione di Veronica Panarello per l'uccisione del figlio Loris, di 8 anni, a Santa Croce Camerina.

Veronica Panarello secondo il giudice ha avuto "una condotta deplorevole, reiteratamente menzognera, calunniosa e manipolatrice". Per il gup la definizione coniata per lei dal Riesame di 'lucidissima assassina' "appare benevola" perché emerge "oltre all'evidenza" che "è stata lei da sola" ad avere commesso "senza pietà e pentimento il più 'innaturale' dei crimini".

Il movente secondo il gup sarebbe "un dolo d'impeto, nato dal rifiuto del bambino di andare a scuola quella mattina e dal diverbio nato con la madre, il contenuto è conosciuto soltanto all'imputata". Un impeto che l'ha portata a strangolare Loris con delle fascette, a "occultarne poi il corpo" e a "nascondere lo zainetto".

Secondo il giudice, l'omicidio sarebbe stato "dettato da un impulso incontrollabile, da uno stato passionale momentaneo della donna". E anche la dinamica del "figlicidio", scrive il Gup, oltre al luogo e alle modalità del delitto e i tempi di consumazione dell'omicidio "appaiono dirimenti ai fini di escludere la circostanza della premeditazione".

"La responsabilità dell'imputata nell'omicidio e nell'occultamento del cadavere è dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio. Ed è inattendibile e falsa la chiamata in correità del suocero", scrive ancora Reale, tanto da giustificare la "trasmissione degli atti alla Procura per calunnia nei confronti di Andrea Stival".

La donna, rileva il Gup, ha "indicato un movente turpe, gravissimo, sconvolgente", nella minaccia del figlio Loris di rivelare al padre la presunta relazione della madre con il suocero, che avrebbe ucciso il nipote per 'zittirlo'. Ma, osserva il giudice, "non è provata la relazione tra i due" che resta "una dichiarazione dell'imputata senza indizi a confronto".

Ma non solo: è "inverosimile e smentito dai tempi di percorrenza" il presunto incontro col suocero prima del delitto e Stival ha "un credibile e forte alibi" confermato da testimoni e dalla localizzazione di un cellulare.

A parte "la presenza di tratti disarmonici di personalità" e di "labilità emotiva" Veronica Panarello non presenta "disturbi dell'area psicotica, della coscienza o delle percezioni", continua il gup. Secondo uno dei periti "il disturbo narcisistico e istrionico" della donna sarebbero correlati a quelli che si attribuiscono a "psicopatici bisognosi di considerazione".

Scrive il gup di Ragusa che la perizia è "un ulteriore indizio a carico" dell'imputata, "emergendo una personalità in conflitto con sé e con i propri familiari, immatura sotto il profilo genitoriale, menzognera e fortemente istrionica, egocentrica, manipolatrice, desiderosa di catturare le attenzioni di chi gli sta vicino e di porsi al centro di tutto ciò che la circonda a causa anche delle carenze affettive delle quali aveva sicuramente sofferto da adolescente".

Il giudice cita "il figlicido per vendetta", quello che "successivamente è stato ribattezzato come 'sindrome di Medea'", ultimamente indicato dagli esperti come "figlicido motivato da rivalsa" che "colpisce il suocero, oltre che il marito e il figlio, in una spirale di cieca distruzione della idea di famiglia e dei valori che essa stessa incarna".

Secondo il gup la donna avrebbe "trasferito nel figlio e nel rapporto con lui le frustrazioni e l'odio patito nella sua famiglia d'origine e ha riversato le incomprensioni avute con le proprie inconsistenti figure genitoriali".

Il simbolo della genitorialità e della vita si sarebbe trasformato, scrive il giudice, in un "crescendo di inesorabile forza distruttiva, simbolo di oppressione e di morte, di distruzione di parte di sé, del proprio sangue, e, in conclusione, si sé stessa e del suo ruolo di madre e di moglie".

La difesa non ci sta: "Restiamo fermi nella nostre posizioni - ha affermato l'avvocato Francesco Villardita, legale di Veronica Panarello -: presenteremo impugnazione dopo avere studiato con attenzione le 190 pagine, che a una prima lettura non ci convincono sul piano della crimino-dinamica, dell'assenza di movente e dell'elemento soggettivo". La sede per il secondo grado di giudizio è davanti alla Corte d'assise d'appello di Catania.

"Una motivazione completa, che va letta con molta attenzione e che esplora tutti i campi d'indagine, dando ampio riconoscimento all'attività della polizia giudiziaria, degli esperti e dei periti e dell'impianto prospettato dalla Procura", ha commentato il procuratore di Ragusa, Carmelo Petralia, che, col sostituto Marco Rota, ha coordinato le indagini di polizia di Stato, squadra mobile e carabinieri.




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