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domenica, 19 novembre 2017

Sicilia: il voto spacca il carro renziano
Catania capofila del No col 75%

Luca Ciliberti / 
In tutta l'Isola vince il voto del malcontento: disfatta del Sì, solo Enna e Messina vanno oltre il 30%. Si rafforzano i partiti d'opposizione e nel Pd è tempo di riflessioni

“Arrivo, arrivo”, condito da una emoticon sorridente. Il tweet con il quale Matteo Renzi annuncia che si presenterà di lì a poco da Mattarella per presentare le sue dimissioni e aprire la crisi di governo è amaro e ironico allo stesso tempo. “Ho perso io e la poltrona che salta è la mia”. Prende atto della sconfitta, lancia le sfide future e ribalta al fronte avversario la modifica della legge elettorale.

Stando ai numeri, il Pd di Renzi, senza pezzi di minoranza interna e senza la Cgil, spalleggiato dall’Ncd di Alfano, in Italia raccoglie quasi 14 milioni di preferenze per il Sì a una riforma costituzionale personalizzata e con il volto del governo e del presidente del Consiglio dei ministri. Un 41% che, letto al contrario, può essere interpretato anche come un voto di fiducia al premier e al suo operato e, in questi termini, potrebbe persino essere incoraggiante per affrontare le prossime sfide politiche. Il resto dei partiti, la cosidetta "accozzaglia", (M5s, Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, l'altro Pd, Sel e sinistre radicali, movimenti e partigiani) tutto schierato sul fronte del No, raccoglie il 59% dei consensi (19 milioni di italiani).

Un voto che, sin da subito, entra poco nel merito e nei contenuti della riforma, ma diventa immediatamente una occasione ghiotta per mandare a casa Renzi o per manifestare il forte disagio di una fetta del Paese schiacciata dalla crisi e che non vede speranze per il futuro, se non quelle di andare via dall’Italia.

Al Sud la forbice è ampissima. Non è un caso che in Sicilia e in Sardegna il No schiaccia il Sì con il 72% delle preferenze, mentre in Calabria, Basilicata e Campania si attesta a percentuali intorno al 68%. Il voto del 4 dicembre ha una connotazione politica che costa la poltrona del premier e che dovrà essere declinato anche alla classe dirigente siciliana salita fino a oggi sul carro renziano.

La regione non è riuscita a contenere il malcontento, non ha saputo portare acqua al fronte del Sì, spaccata per com’è in tante piccole correnti e cespugli che non hanno saputo essere attraenti per gli elettori. Un esempio su tutti: la quasi totalità dei docenti dell'Isola ha ampiamente dichiarato di votare No alle urne, non tanto per bocciare i contenuti della riforma, quanto per mostrare malcontento al sottosegretario siciliano alla scuola Davide Faraone, proconsole del Giglio magico e autore della riforma che ha consentito il piano di assunzione straordinaria di oltre centomila prof precari in Italia. Certamente sarà uno dei primi a pagare la disfatta elettorale. Per lui hanno corso le seconde linee, ma non è bastato.

Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, poi, mistifica e prova a mischiare le carte. "La sconfitta del Pd e dei suoi cespugli, come quella di Renzi, deriva da un tentativo goffo di mascherare uno stravolgimento di alcuni valori importanti della Costituzione, fra cui il rapporto fra lo Stato da un lato e Regioni e Comuni dall'altro, dietro slogan vuoti e mistificazioni". Nel capoluogo, sede della Regione di Crocetta e tappa di chiusura del tour elettorale di Renzi, il Sì si ferma al 27,53%. 

Ma è a Catania che il Pd e il centrosinistra subiscono una vera e propria batosta elettorale regalando al No il 74,56%. Nel capoluogo etneo, che ha ospitato l’ultima festa nazionale dell’Unità e che continua ad accogliere ministri ed esponenti di governo a palazzo di città, tappa privilegiata del vicesegretario democratico Lorenzo Guerini e del sottosegretario Luca Lotti, 3 elettori su 4 hanno votato contro Renzi e contro i governi (nazionale, regionale e cittadino), lasciando al Sì solo il 25% delle preferenze, uno dei dati più bassi in Italia. Nei quartieri popolari e nelle periferie, poi, le percentuali a favore del No arrivano a superare anche l’80%. Un dato che, politicamente, deve fare riflettere, su tutti, il centrodestra sfaldato in una città dove il M5s è praticamente assente e dove il popolo sovrano ha smesso, da tempo, di sognare la Primavera che fu.

Infine, medaglietta della coerenza alla Enna di Mirello Crisafulli, che ancora una volta si dimostra la roccaforte rossa di Sicilia con un dato che ferma il No al 67% e regala al Sì un 32,65%, valore più alto nell’Isola. Il capoluogo più alto d'Italia fa meglio di Messina, che si ferma al 30,65% togliendo al No il piacere di superare la soglia del 70% dei voti.

Twitter: @LucaCiliberti




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