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domenica, 25 giugno 2017

Pubblicato: 27/11/2016

Parchi e riserve, occasione perduta

Luca Ciliberti / 
L'inchiesta. Un mondo sconosciuto che occupa il 12% della superficie della Sicilia: in 30 anni erogati milioni di soldi pubblici senza creare sviluppo e opportunità per i territori. E l'Etna spreca anche il riconoscimento Unesco

CATANIA - Quello delle Aree Protette di Sicilia è un mondo poco conosciuto ai più, ma che è presente in ogni ambito territoriale della nostra isola, dalle coste e dalle foci dei fiumi, alle grotte, dalle piccole isole che la contornano ai corsi e specchi d’acqua, ai boschi pedemontani. Anche la fascia marina costiera siciliana è tutelata da Aree Marine Protette.

Oggi questo mondo, costituito da Parchi, Riserve Naturali, Aree Marine Protette e siti di Natura 2000, occupa oltre il 12% dell’intera superficie della Sicilia e rappresenta un vero e proprio scrigno prezioso nel quale hanno trovato protezione le nostre aree di maggior pregio naturalistico e culturale per sfuggire alla grave minaccia rappresentata da dissennate attività antropiche, in primo luogo l’abusivismo selvaggio.

LA VISIONE. Nel lontano 17 marzo 1987 con un dpr la Regione istituì il Parco dell’Etna. L’applicazione dei vincoli generò tante perplessità e timori tanto che avverso la proposta di istituzione furono presentate ben 182 osservazioni. Allora il concetto di “sviluppo ecosostenibile” era di difficile percezione.

Eppure la Sicilia fu una delle prime regioni italiane a legiferare in tema di parchi e riserve. Lo fece con le leggi regionali n. 98 del 1981 a cui seguì nel 1988 la n. 14 (legge quadro sui parchi e le riserve in Sicilia), mentre la legge quadro nazionale vide la luce solo nel 1991 (n. 394/91). Queste leggi introdussero il concetto di sviluppo sostenibile, coniugando così, in maniera equilibrata, le ragioni della tutela e della conservazione con le potenzialità delle risorse territoriali da valorizzare e fruire correttamente.

Così nelle finalità all’art. 1 del testo coordinato si legge: “Per consentire migliori condizioni di abitabilità nell'ambito dello sviluppo dell'economia e di un corretto assetto dei territori interessati, per la ricreazione e la cultura dei cittadini e l' uso sociale e pubblico dei beni stessi nonché per scopi scientifici”.

In quegli anni nacquero l’Ente Parco dell’Etna (1987), l’Ente Parco delle Madonie (1989), l’Ente Parco dei Nebrodi (1993), l’Ente Parco fluviale dell’Alcantara (2001) e l’Ente Parco dei Sicani che istituito per ben due volte (2010 e 2012), altrettante volte è stato bocciato dal Tar a seguito di ricorsi. Poi videro la luce oltre 70 Riserve Naturali, 6 Aree Marine Protette e alcune centinaia di Siti Natura 2000.

IL PARCO DELL'ETNA. Il territorio del Parco dell’Etna venne diviso in quattro zone (riserva integrale, riserva generale, protezione e controllo) in ossequio a quanto normato dall’art. 8 della L.R. 98/81: la zona “A” di vincolo assoluto circoscritta per lo più alla zona sommitale dei crateri e la fascia medio alta del vulcano; tre zone “C altomontane”, Nicolosi nord, Piano Provenzana e Villaggio Mareneve, poi altre zone “B” “C pedemontane” ed infine le zone “D” di filtro con i territori circostanti. E’ storia recente, del 21 giugno del 2013, l’iscrizione dell’Etna nella World Heritage List e il riconoscimento dell’Unesco come patrimonio dell’umanità.

Una scelta, quella di tutelare in particolare l’area naturale del vulcano, che avrebbe costituito il volano per le attività imprenditoriali ed economiche del territorio che, inevitabilmente avrebbero creato benessere e sviluppo per i Comuni del Parco.

“Ciò sarebbe stato possibile, anche, attraverso la redazione e l’esecutività del Piano Territoriale e dei Piani Particolareggiati, ma purtroppo ad oggi il Parco dell’Etna non ha nessuno di questi strumenti– spiega il geologo Francesco Cannavò - E’ fuor di ogni dubbio che gli obiettivi di sviluppo non sono stati centrati se non la salvaguardia dell’ambiente (a parte le mini discariche presenti a macchia di leopardo). Si può parlare di aspettative tradite? Certamente sì, appesantite anche dall’introduzione dii vincoli discendenti, come quello del ‘96, quando la Regione con la legge n°16 introdusse il divieto di edificazione nelle zone boscate, vanificando una eventuale futura pianificazione. Da ambientalista convinto e lungi dal voler sottovalutare il valore e la difesa della conservazione del patrimonio naturale e ambientale, che va ovviamente mantenuto e preservato, occorre interrogarsi se il Parco dell’Etna, per quello è che oggi, serve ancora a rappresentare quelle nobili e alte finalità istitutive”. 

ASPETTATIVE TRADITE. Il sentimento comune, girando alcuni dei 20 Comuni che oggi costituiscono il Parco dell’Etna, è che questo ente abbia abbondantemente tradito le aspettative delle popolazioni residenti, che percepiscono questi modelli istituzionali, organizzativi e di gestione come obsoleti. “Per tecnici ed esperti i parchi, così come sono stati ridotti, non servono più e gli enti che sono stati pensati e costruiti negli anni ’80 per la loro gestione, se non irrilevanti sono addirittura dannosi per il territorio, un freno al suo sviluppo, un ostacolo alla sua fruizione - continua Cannavò - un balzello insopportabile quando semplicemente non sono considerati con indifferenza dalla stessa popolazione residente limitandosi ed essere solo un costo, peraltro sempre più a fatica sostenibile dalla Regione”.

Insomma, per tutelare la natura non servono sovrastrutture, ma solo buon senso e leggi mirate. “Va aperto un dibattito che non può non partire da un dato di partenza – aggiunge il tecnico geologo - Se oggi si dovesse partire da zero e si dovessero istituire i parchi, le popolazioni si rivolterebbero contro, perché questo, anziché essere vissuto come un’opportunità e una risorsa, è considerato solo un vezzo di certi ambienti chic che, peraltro, non vivono nel territorio da proteggere”.

NATURA ABBANDONATA. A testimonianza di quanto affermato dal geologo Francesco Cannavò, basta interrogare chi vive e possiede dei terreni all’interno del Parco, spesso costretto ad abbandonarli e non fare la più elementare manutenzione, aumentando il rischio incendi. Perché? “Nonostante la norma istitutiva preveda, ad esempio nelle zone “C”, la possibilità di realizzare strutture edilizie (magazzini, depositi attrezzi, stradelle di accesso, cisterne, allacci di servizi) necessarie per la conduzione del fondo, di fatto tutto ciò viene vanificato perché c’è il vincolo boschivo, che tra l’altro aumenta sempre di più a causa dell’abbandono”.

ZERO SVILUPPO. Se a questa inadempienza ingiustificata si aggiunge che nessun nuovo posto di lavoro è stato davvero creato grazie alla presenza e all’azione del parco in nessun settore strategico sia esso tradizionale (agricoltura, artigianato, zootecnia) o innovativo (servizi, tempo libero, fruizione, cultura), cioè tutte quelle attività connesse con il vivere la natura e l’ambiente, l’addizione è presto fatta. Allo stato dell’arte di quel sistema gestionale immaginato circa 30 anni fa resta la sua elefantiaca burocratizzazione in enti e strutture che assorbono soldi pubblici per autosostenersi, “risorse che non bastano più neanche per pagare gli stipendi di una pianta organica concepita 30 anni fa con 500 unità” aggiunge Cannavò.

TANTO PAGA LA REGIONE. Serve un modello gestionale e organizzativo e risorse finanziarie adeguate. Oggi la Regione Siciliana si ritrova ad elargire annualmente una lauta risorsa economica a 5 Enti Parco, con tanto di indennità di carica (presidente, direttore e personale vario) e a un "circolo ristretto" di 8 associazioni ambientaliste (Wwf, Legambiente, Cai, Rangers Italia, Lipu, Università di Catania, Italia Nostra e Gre), alle quali è stato riconosciuto il privilegio di gestire oltre una ventina di Riserve Naturali con altrettanti Direttori e più del doppio di Operatori di Riserva. A ciò si aggiunga che la Regione Siciliana mette a disposizione degli enti gestori anche una dotazione annuale per lo svolgimento di attività varie, in particolare di vigilanza del territorio e di accoglienza dei visitatori ma anche di ricerca, divulgazione, promozione e fruizione sostenibile dei suoi valori.

Come se ciò non bastasse, gli enti gestori di Parchi e Riserve Naturali sono anche abilitati ad attingere a cospicui finanziamenti comunitari. Malgrado questi allettanti incentivi, Parchi, Riserve Naturali e Aree Marine Protette non hanno fatto niente di più che svolgere fumose e stantie iniziative sempre più autoreferenziate e fine a sé stesse, magari con qualche vaga velleità di carattere educativo ma totalmente incapaci di mantenere le aspettative di coinvolgimento dei locali e di crescita occupazionale che ci si attendeva da loro.

OPPORTUNITA' MANCATA. “Nessuna assegnazione, invece, per investimenti e per programmi di sviluppo, seppur minimi; niente per gli indennizzi per danni causati da fauna selvatica che, anziché essere tenuta sotto controllo e limitata, come previsto dalla legge, prolifera indisturbata a dismisura con grave danno per le colture e per le persone che non ne possono più - conclude Francesco Cannavò - I parchi, in Italia e in Europa ci sono tanti esempi, sono un’opportunità, ma in Sicilia no, anzi da tempo sono solo orpelli, carrozzoni inutili neanche più convenienti a mantenersi”.

Insomma, la strada per ripartire sarebbe quella della gestione virtuosa d’azienda che prevede l’accorpamento e la semplificazione burocratica per liberare risorse, razionalizzando le professionalità, risparmiando spesa improduttiva. Un’azione che permetterebbe alla Sicilia di giocare un ruolo guida strategico in ambito Euromediterraneo in tema di difesa e salvaguardia della natura, ma anche di sviluppo ecocompatibile.

Twitter: @LucaCiliberti




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