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domenica, 28 agosto 2016

Pubblicato: 24/02/2016

"Iddu cumanna, io sugnu suddatu"


CATANIA - Hanno preso da un tentativo di estorsione, denunciato dalla vittima, le indagini dei carabinieri di Paternò che hanno portato al blitz 'The end' contro il clan Assinnata. Il ritrovamento di una tanica di benzina con accanto un accendino in un cantiere ha fatto scattare l'inchiesta culminata con l'esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 14 presunti appartenenti al gruppo mafioso storicamente nato da una costola del clan Alleruzzo e legato alla 'famiglià Santapaola.

Tra i destinatari dell'ordinanza anche il boss Salvatore Assinnata, 43 anni, detenuto, considerato il capo assoluto dell'omonimo clan. Era per lui l'inchinò fatto davanti la sua abitazione, nonostante fosse già in carcere, il 2 dicembre del 2015, da due cerei che sfilavano in onore della Patrona di Paternò, Santa Barbara. L'omaggio fu filmato dai carabinieri e il questore di Catania, Marcello Cardona, dispose il fermo dei due cerei il giorno dopo per tutta la durata dei festeggiamenti.

Il condizionamento e la forte influenza esercitata dal boss Assinnata sui suoi affiliati emergono chiari da intercettazioni agli atti dell'inchiesta della Procura di Catania: "...iddu è il top dei top... iddu cumanna, è u capu.. io sugnu suddatu" (lui è comanda, è il capo... io sono un soldato). Con la consapevolezza di fare parte di un clan: "io sugnu mafiusu... ca mattaccunu.. iu mi fazzu a galera mutu mutu..." (io sono mafioso, e se mi arrestano mi faccio la galera, zitto zitto...).

Le indagini hanno fatto luce su quattro estorsioni, una a un commerciate e tre a imprenditori edili. Ma il grande business era la droga, gestito anche con rapporti con altri clan mafiosi di Catania. Il clan gestiva due 'piazze' a Paternò, ma effettuava anche la consegna a domicilio: motorini con pusher erano sempre pronti per cedere dosi a clienti in auto in altre zone. I soldi degli affari illeciti finivano nella 'cassa comunè, che serviva a pagare anche 'stipendi' alle famiglie degli arrestati, in un clan con un'organizzazione strettamente verticistica. Tanto che quando un luogotenente sa che sta per essere arrestato perché condannato dice al suo sottoposto: "Ti passo il testimone, ora devi lavorare al posto mio".




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