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sabato, 30 luglio 2016

Pubblicato: 25/11/2015

Diploma e poi stop agli studi

In Italia secondo le previsioni soltanto il 42% dei giovani si iscriverà all'università

ROMA - In Italia, secondo le previsioni, soltanto il 42% dei giovani dopo il diploma si iscriverà all'università, la quota più bassa rispetto all'insieme dei Paesi Ocse (media del 67%), dopo Lussemburgo e Messico. Una decisione sulla quale pesa la prospettiva di un ritorno basso e incerto.

Italia e Repubblica Ceca sono, infatti, i soli Paesi dell'Ocse dove il tasso di occupazione tra 25 e 34 anni è il più basso tra i laureati rispetto ai diplomati. E, nonostante il nostro Paese sia il secondo per percentuale di Neet (circa un 35% di 20-24enni), "brilla" in quanto a laureati magistrali: 20% contro una media Ocse del 17%.

Emerge anche questo dal Rapporto Ocse "Education at a glance" - presentato stamani nella sede del ministero dell'Istruzione - che a conferme negative come, ad esempio, lo scarso appeal degli atenei italiani per gli stranieri e le basse remunerazioni degli insegnanti, accompagna la constatazione che l'Italia negli ultimi anni ha fatto progressi importanti per creare programmi di istruzione terziaria che preparino gli studenti a un rapido ingresso nel mercato del lavoro con la creazione degli Its (istituti tecnici superiori).

È in atto "un cambiamento", afferma il ministro Stefania Giannini, grazie "all'inversione del trend di investimento sull'università, agli incentivi su internazionalizzazione, al rafforzamento degli Its e alle prime misure contenute nella legge di stabilità per rafforzare la qualità del sistema universitario e favorire l'accesso di nuovi docenti eccellenti e nuovi ricercatori".

"Abbiamo ricominciato a investire sulla formazione, introducendo nuovi criteri di merito, qualità e autonomia", ha puntualizzato il sottosegretario Gabriele Toccafondi. Di segno positivo, secondo l'Ocse, è ancora l'accertamento che l'Italia ha chiuso il divario di genere nel tasso dei laureati: le donne costituiscono il 59% dei nuovi laureati. Resta però il gap sul fronte della docenza: sono solo il 37% dei professori universitari (media Ocse 41%).

LAUREATI GUADAGNANO MENO CHE IN ALTRI PAESI. È vero che in media, in Italia come altrove, i laureati hanno redditi da lavoro più alti rispetto a chi ha un livello d'istruzione inferiore, tuttavia l'Italia si distingue rispetto ai Paesi che registrano quote altrettanto piccole di laureati. Nei Paesi Ocse in genere a un minore numero di laureati corrispondono maggiori vantaggi salariali; nel 2014, in Italia, solo il 17% degli adulti (25-64enni) era titolare di una laurea - percentuale simile a quelle di Brasile, Messico e Turchia - ma in questi tre Paesi la differenza tra i redditi dei laureati e quelli dei diplomati è più alta rispetto alla media dell'Ocse, mentre in Italia i redditi rispettivi sono inferiori: 143% rispetto alla media Ocse del 160%.

PIÙ STUDENTI ALL'ESTERO, MA 'DA NOI' CORSI IN INGLESE. Il numero di studenti italiani che studia all'estero è in costante crescita. Nel 2013 circa 46.000 studenti italiani risultavano iscritti in atenei di altri Paesi Ocse. Per contro le università italiane attirano pochi studenti stranieri: nello stesso anno meno di 16.000 studenti stranieri risultava iscritto nelle istituzioni italiane. Tuttavia le nostre università stanno tentando di superare questo problema: circa il 20% degli atenei ha proposto almeno un programma d'insegnamento in lingua inglese durante l'anno accademico 2013-2014 (rispetto al 43% in Germania e al 16% in Francia).

SPESA BASSA PER ISTRUZIONE E PROF ANZIANI. Il finanziamento del settore d'istruzione terziario rappresentava in Italia nel 2012 lo 0,9% del Pil del Paese, la seconda quota più bassa tra i paesi Ocse dopo il Lussemburgo mentre Paesi come Canada, Cile, Corea, Danimarca, Finlandia, Stati Uniti, hanno dedicato quasi il 2%, o una quota superiore, del Pil all'istruzione terziaria. Primato negativo anche per quanto riguarda il corpo docente, più anziano rispetto a quello di qualsiasi altro paese Ocse: nel 2013 il 57% di tutti gli insegnanti della scuola primaria, il 73% degli insegnanti della scuola Superiore e il 51% dei docenti dell'istruzione terziaria avevano compiuto 50 anni o li avevano superati.

SCUOLA ITALIANA IN RITARDO SU VALUTAZIONE PROF E DIGITALE. Nell'anno 2014-15 - ricorda l'Ocse - l'Italia era uno dei rari paesi in cui le direttive o normative non richiedevano una valutazione regolare delle performance degli insegnanti durante la carriera. Inoltre, non c'erano misure premiali, ispezioni e valutazioni dei dirigenti. Poco usato, nel 2013, anche il digitale in classe. Con la Buona scuola, ha ricordato Giannini, "sono state messe in campo innovazioni": "da quest'anno" la valutazione dei docenti diventa "strutturale" e per il piano digitale sono state stanziate risorse per "1 miliardo di euro".




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