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giovedì, 30 giugno 2016

Pubblicato: 09/06/2015

Epatite C, metà dei casi al Sud

Nuccio Sciacca / 
In Italia quasi un milione di malati, ma solo il 45% è noto

Lo studio appena pubblicato dall’Università Tor Vergata di Roma non lascia dubbi: in Italia c’è quasi un milione di malati con epatite C che è un problema sociale considerato che solo poco meno della metà è noto.

"Abbiamo elaborato un modello di stima del carico endemico dell’Hcv in Italia e lo abbiamo corredato di un modello probabilistico atto a simulare gli effetti (tempo di eradicazione, costi, esiti) scegliendo scenari alternativi di intervento pubblico - spiega Massimo Andreoni, professore ordinario Malattie Infettive Università di Roma Tor Vergata e presidente della Società italiana di malattie infettive - i modelli sono attualmente in fase di sottomissione a riviste scientifiche per la loro pubblicazione, ma intanto l’anticipazione di alcuni elementi ci sembra possa fornire un primo contributo al dibattito. Nel modello abbiamo cercato di dare il giusto peso alla diversa e peculiare eziologia dell’Hcv; in Italia, rispetto agli altri Paesi Occidentali dove risulta prevalente il contributo della tossicodipendenza, le infezioni sono in larga misura il prodotto della carenza/impossibilità di controlli e prevenzione degli anni '50 e '60".

"L’approccio ci permette di apprezzare come in Italia si debba far fronte a una distribuzione dei casi prevalenti significativamente diversa dagli altri contesti geografici - continua Andreoni -, e in particolare molto "sbilanciata" verso le età avanzate e le Regioni meridionali. Il modello stima che ci siano oggi nel nostro Paese quasi un milione (circa 998.000) di casi di Hcv Rna positivi di cui appena il 45% (circa 435.000) noti al sistema sanitario. Le conseguenze di politica sanitaria di una struttura di prevalenza di questo tipo sono molte: la più evidente è che trattare i pazienti più gravi implica trattare per oltre il 64% over 75 e per oltre il 33% over 80, con tutte le ovvie conseguenze del caso in termini di beneficio per la società di questa strategia".

Il dibattito sull’accesso ai farmaci anti Hcv sembra essersi riacceso nelle ultime settimane, ma sembra anche evidenziarsi il rischio che assuma toni e contenuti sempre più "politici", allontanandosi dalle questioni sostanziali, che rimangono quelle dell’accesso e dell’efficacia ed efficienza degli interventi sanitari pubblici. Il rischio è concreto in quanto, sin dall’inizio della vicenda, il dibattito si è sviluppato in carenza di una stima condivisa del carico endemico dell’Hcv: basti ricordare il "balletto" delle cifre relative ai pazienti potenzialmente eleggibili, che ha dominato la fase precedente la negoziazione del prezzo di Sofosbuvir.

"I nostri risultati – continua Andreoni - suggeriscono anche che trattare tutti, come intende fare la Toscana (per inciso il numero di casi emersi prodotto dal nostro modello per la Toscana è praticamente sovrapponibile a quelli dichiarato di recente dalla Regione, e questo ci conforta) è certamente più efficiente, ma non implica comunque l’eradicazione della patologia, in quanto i casi emersi e quindi noti sono nell’ordine del 44% dei casi prevalenti; è quindi ipotizzabile una progressiva emersione della casistica ad oggi misconosciuta. L’eradicazione della patologia potrebbe (sempre nei limiti della capacità predittive del nostro modello) essere un obiettivo a 5 anni immaginando uno screening di massa svolto in 5 anni in grado di far emergere almeno il 70% della casistica a oggi misconosciuta; in assenza di strategie di screening e presupponendo che tutti gli emersi vengano trattati, l’eradicazione richiederebbe almeno 30 anni. Sicuramente la strategia finalizzata al trattamento dei soli casi più gravi non è in grado di garantire l’eradicazione della patologia".

Il dibattito è poi del tutto silente sull’impatto equitativo derivante dal fatto che solo nel meridione si concentra oltre il 50% della casistica con una prevalenza del 30% superiore a quella del centro-nord, con tutte le evidenti conseguenze anche finanziarie, del caso (1 caso di Hcv su 43 abitanti contro 1 caso su 63).

"Forse - conclude Andreoni - sarebbe necessario riportare il dibattito sulla valutazione delle strategie di sanità pubblica, come suggeriscono le riflessioni in itinere in alcuni altri Paesi, che avendo iniziato le terapie prima di noi, si interrogano ora sulla efficacia e anche sull’efficienza del trattare i pazienti più gravi, e tendono a spostare progressivamente l’attenzione sulle strategie di emersione della patologia".






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