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giovedý, 23 novembre 2017

Pubblicato: 25/04/2015

"Restituiteci il suo corpo"


PALERMO - Una foto ingrandita che ritrae Giovanni Lo Porto è stata esposta nel balcone al piano rialzato del palazzo di via Pecori Giraldi, a Palermo, dai familiari del cooperante rimasto ucciso in un raid americano a gennaio scorso. "Vive sempre con noi Giovanni" c'è scritto nel poster, appeso in ricordo del loro "Giancarlo". Anche oggi nel modesto palazzo di otto piani alla periferia della città è stato un viva vai di amici e parenti. Nessuno ha voglia di parlare, i familiari chiedono solo di sapere la verità su quanto accaduto tre mesi e mezzo fa al confine tra Pakistan e Afghanistan.

"Il ricordo di Giancarlo, come lo chiamavamo noi, mi emoziona solo a parlarne". Ha la voce rotta dalla commozione e gli occhi lucidi Giuseppe Lo Porto, mentre parla del fratello Giovanni. Nella casa della madre, Giusy Felice, in via Pecori Giraldi, nel quartiere Brancaccio, c'è anche il fratello Nino.

IL DOLORE DELLA MAMMA. Mamma Giusy è affranta, chiusa nel suo dolore, in silenzio. Giuseppe, invece, parla del fratello col piglio di chi ha la certezza nel cuore che si trattava di "una persona speciale". "La sua vita era la cooperazione. Ha girato il mondo, amava viaggiare - racconta il fratello, che ha 41 anni ed è il secondo di cinque figli - lo faceva per lavoro e quando poteva anche per svago. Viaggiare era la sua passione. È stato in Sud Africa, in Afghanistan per lavoro".

"Amava il Pakistan più di ogni altro luogo - dice ancora Giuseppe - . Giancarlo lavorava per una Ong tedesca con contratti annuali, per scelta. Aveva deciso così, questo gli consentiva di stare in un posto per un periodo determinato e continuare a spostarsi. A Palermo tornava ogni 4-5 mesi. Stava qualche giorno e poi ripartiva".

LO SFOGO DEL FRATELLO."Sono passati tre mesi dal raid americano, non so come sarà il corpo di mio fratello, se esista ancora. Qualsiasi cosa sia rimasta, anche un occhio, noi ne chiediamo la restituzione. Non sappiamo nulla su come sia avvenuto il riconoscimento di mio fratello, alla Farnesina abbiamo già detto che rivogliamo il corpo e penso che anche per il governo questo sia un impegno".

"Penso che il governo prenderà come missione quella di riportare il corpo di mio fratello - prosegue - In questi anni, siamo stati sempre in contatto quotidiano con la Farnesina: 365 giorni all'anno per tre anni, ci hanno sempre chiamato sia a me che a mia madre. Vogliamo la verità su quello che è successo. Qualcuno dovrà darci delle spiegazioni. Gli Usa hanno sbagliato ma non se ne possono uscire con delle scuse. Vogliamo conoscere la verità e sapere cosa è successo veramente".

Giuseppe Lo Porto continua: "Non sappiamo cosa sia successo laggiù. Gli Stati Uniti forse hanno aspettato una conferma per dare la notizia e poi l'hanno divulgata. Qualcosa sarà andato male, di certo se Obama, il presidente della potenza mondiale per eccellenza, ha chiesto scusa, qualcosa sarà andato storto. Se gli Stati Uniti non attaccavano, mio fratello non sarebbe morto. Non sono stati i talebani ad ucciderlo ma gli americani altrimenti Obama non avrebbe chiesto scusa".

"Al di là del fatto che sono il fratello di Giovanni, da cittadino italiano posso solo dire che è stato vergognoso assistere a un'aula del parlamento semivuota, con appena 40 persone che litigavano tra loro. Mi vergogno di essere italiano".

"Le polemiche - aggiunge - le fanno tra loro solo per questioni di potere. In tv litigano, alla Camera litigano, dovrebbero dare l'esempio. All'estero che immagine diamo di questo Paese? Facciamo ridere".

IL VIDEO. "A ottobre del 2014 ci è stato mostrato un filmato, un video dove c'era mio fratello Giovanni tenuto in ostaggio, dalle immagini sembrava stesse bene, non era denutrito. Sembrava stesse bene - ripete Giuseppe - pensavano di poterlo rivedere presto. Avevamo una speranza...".

"Giovanni ostaggio di serie B? Sono considerazioni di mio padre. Lo Stato con noi è stato sempre presente. Obama ho chiesto scusa? Ma a noi non restano che le scuse. Se non c'era il raid con i droni mio fratello, non moriva. Di certo non è una cosa facile che un presidente Usa chieda scusa. Credo sia vero che Renzi non sapesse nulla, anzi ne sono convinto... poi la verità la conoscono loro. Renzi ci ha chiamato, ci ha fatto le condoglianze, così come i presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso".




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