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lunedì, 29 agosto 2016

Solo il Dna ha rivelato l'identità di Lo Porto


ROMA - Un filmato inquadra Giovanni Lo Porto con un giornale americano che attesta la data delle riprese: lo scorso ottobre. È la prova dell'esistenza in vita dell'uomo che l'intelligence italiana ha chiesto al gruppo di sequestratori che aveva in mano l'ostaggio. La speranza è che sia l'inizio di una trattativa per arrivare alla liberazione del cooperante siciliano. Ma si rivela un'illusione: in seguito non ci sono altri contatti, fino alla notizia del ritrovamento dei resti.
Così fonti dei servizi ricostruiscono la vicenda.

Il fatto che dopo il video non ci fossero stati altri contatti non era visto da chi seguiva le trattative per l'Italia come un elemento necessariamente negativo. In passato, infatti, c'erano stati anche periodi più lunghi senza alcuna notizia di Lo Porto, che era stato rapito il 19 gennaio 2012. Quelle tra l'Afghanistan e il Pakistan sono zone off limits per gli occidentali ed è molto complicato agganciare il canale giusto, pagare la fonte effettivamente valida. Più facile sganciare bombe con i droni come fa la Cia da anni in quell'area presidiata da talebani. Un'attività che poco si concilia con il tentativo di impostare una trattativa. Dopo il video, comunque, gli 007 non disperavano di riportare a casa Lo Porto. Piste ritenute 'caldè venivano battute e rapporti coltivati.

L'italiano è invece rimasto ucciso, insieme ad un altro ostaggio, l'americano Warren Weinstein, nel raid Usa dello scorso gennaio. Si tratta evidentemente di un fallimento dell'intelligence Usa, all'oscuro della presenza dei due nel compound preso di mira con i droni. Facile pensare che alla Cia qualcuno avrà perso la poltrona.

Tra le ipotesi c'è anche quella che il gruppo di talebani tenesse gli ostaggi come una sorta di "assicurazione sulla vita" contro il rischio bombardamenti dal cielo. In ogni caso la presenza dei due era chiaramente ignota all'intelligence americana. Che qualcun altro - oltre ai talebani target dell'attacco - fosse rimasto sotto le macerie del compound bombardato è apparso chiaro agli americani intorno allo scorso 22 marzo. Come sempre in questi casi, al raid è seguita la difficoltosa attività di recupero dei resti umani - svolta da soggetti locali - per avere la certezza che gli obiettivi delle bombe siano stati effettivamente centrati.

Sui resti fortemente deteriorati prelevati dalle macerie del compound si sono così svolti i complessi esami del dna che hanno rivelato l'identità delle vittime. C'è voluto tempo per avere la certezza oltre ogni ragionevole dubbio. Le autorità Usa potrebbero quindi essere entrate in possesso dei nomi circa due settimane fa: sono quindi passati giorni per decidere le modalità della comunicazione fino alla dichiarazione di ieri del presidente Barack Obama in tv.

In queste ore contatti e scambi di informazioni sono in corso tra 007 Usa e quelli italiani per avere tutti i dettagli possibili sulla vicenda. È noto tuttavia che gli americani non sono molto propensi a condividere le notizie riservate. Anche sulla base di queste informazioni il sottosegretario con delega ai servizi, Marco Minniti ed il direttore del Dis, Giampiero Massolo, riferiranno la settimana prossima al Copasir.




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