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venerdý, 20 ottobre 2017

Consulta: "Spettava allo Stato
sospendere Cuffaro"

Arriva la sentenza della Corte costituzionale sul conflitto sollevato dalla Regione siciliana. Il governatore aveva comunque rassegnato le dimissioni prima dell'emanazione del decreto

PALERMO - "Spettava allo Stato e, per esso, al presidente del Consiglio dei ministri, adottare il decreto con cui, il 29 gennaio scorso, è stata disposta la sospensione dell'allora governatore siciliano Salvatore Cuffaro dalla carica di deputato regionale e di presidente della Regione siciliana". Lo ha stabilito la Corte costituzionale, con la sentenza 352 del 2008, emessa il 22 ottobre scorso e depositata oggi.

Così decidendo la Consulta, nel giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri, sollevato dalla Regione siciliana, ha rigettato il ricorso presentato dall'ente contro il decreto del presidente del Consiglio che aveva accertato la sospensione di Cuffaro dalla carica di parlamentare dell'Ars e governatore, dopo la sentenza di condanna a 5 anni per favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio. Cuffaro, peraltro, aveva comunque rassegnato le dimissioni prima dell'emanazione del decreto.

La Regione aveva motivato il ricorso contro il decreto sostenendo, tra l'altro, che "lo status del presidente della Regione siciliana fosse pressoché integralmente regolato dallo statuto speciale per ciò che concerne i poteri, la durata nella carica, la mozione di sfiducia e la rimozione dalla carica".

L'ente aveva inoltre ritenuto che, alla luce delle modifiche apportate allo Statuto regionale che prevede l'elezione diretta del governatore, la sospensione avrebbe trasferito la funzione di presidente a una persona, il vicepresidente, scelta fuori dall'investitura popolare: ciò avrebbe determinato "una frattura fra una norma democratica e un assetto dell'esecutivo".

Nel dichiarare infondato il ricorso la Consulta ha, invece, argomentato, tra l'altro, che: il bilanciamento dei valori coinvolti effettuato dal legislatore non è irragionevole, essendo fondato sul sospetto di inquinamento o di perdita dell'immagine di apparati pubblici che può derivare dalla permanenza in carica di chi è stato condannato per determinati delitti.




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