Azoto al neonato al posto dell’ossigeno, ribaltate le condanne in appello

Al Policlinico di Palermo danni cerebrali irreversibili per il bambino che oggi non parla e non cammina: arrivano due assoluzioni su tre

Azoto al neonato al posto dell’ossigeno, ribaltate le condanne in appello

PALERMO – E’ stata ribaltata in appello la sentenza con cui il giudice monocratico di Palermo condannò, per lesioni colpose gravissime, il direttore del dipartimento materno-infantile del Policlinico, Enrico De Grazia, il geometra e tecnico del Policlinico Aldo La Rosa e l’imprenditore Francesco Inguì, titolare della Sicilcryo srl di Marineo.

I tre erano stati ritenuti responsabili dell’incidente che provocò la somministrazione di azoto, invece che di ossigeno, a un neonato che riportò danni cerebrali irreversibili. Oggi la corte d’appello ha assolto De Grazia e Inguì. De Grazia aveva avuto un anno e mezzo, Inguì tre anni, la pena massima per questo tipo di reato.

La corte ha ridotto invece la pena per La Rosa, che ha avuto un anno e mezzo: in primo grado era stato condannato a tre anni. Confermata però la provvisionale immediatamente esecutiva di un milione e 200 mila euro per la famiglia del bambino costituita parte civile.

Inguì nel 2010 eseguì i lavori sull’impianto di gas medicali del reparto Maternità del Policlinico; Aldo La Rosa era direttore dei lavori. Al neonato, Andrea Vitale, venne somministrato protossido di azoto invece di ossigeno per 68 minuti: errore costatogli una paralisi cerebrale infantile.

Il processo era arrivato a sentenza dopo 7 anni dai fatti per vari avvicendamenti del magistrato giudicante. Il bambino, che non parla e non cammina, ha bisogno di assistenza continua. Dopo la nascita Andrea mostrò segni di sofferenza. I medici decisero di somministragli l’ossigeno. Ma nel tubo dell’impianto appena rifatto dalla Sicilcryo srl e mai collaudato c’era invece protossido di azoto, un gas anestetizzante che il neonato respirò per 68 minuti.

“Non fu eseguita alcuna prova di gas specificità né le opere vennero collaudate – scrisse il giudice di primo grado -. Ciò nonostante le prese erano state dotate di flussometri e attacchi che rendevano immediatamente fruibile l’impianto di gas medicale”.


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